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Mafia, camorra e n'drangheta fra applausi e indifferenza


Volevo scrivere un pezzo su ciò che è successo a Reggio Calabria, in occasione dell'arresto di Giovanni Tegano un assassino, condannato all’ergastolo in via definitiva, latitante per diciassette anni, ed esponente di spicco della ‘ndrangheta calabrese, ma non ne ho avuto il tempo.
Riporto quindi l'ottimo articolo di Davide Giacalone.


Siamo l’unico Paese europeo ad avere questo triste e vergognoso primato.
Se volete capire perché, guardate le immagini dell’arresto di Tegano, con la gente che anziché applaudire lo Stato applaude il criminale.
Evitiamo generalizzazioni e speculazioni, non c’era Reggio Calabria ad applaudirlo. Moltissimi cittadini calabresi la pensano assai diversamente. Ma è anche vero che non si resta latitanti per diciassette anni, come avviene anche ai mafiosi in Sicilia, senza il favore del tessuto sociale, e se c’è chi è andato a festeggiare l’assassino non c’è stato chi ha sentito il bisogno di isolare e condannare quella forma di complicità. La donna che urlava, definendo il delinquente quale “uomo di pace”, può anche darsi sia un’esaltata, ma il resto della città, comprese le forze politiche, vive nella depressione, se non ha trovato la forza di reagire platealmente.

In vaste, troppo vaste, aree del meridione il rischio è sempre lo stesso: che a fronte di una fiorente economia criminale, che sottrae territorio e popolazione alla sovranità dello Stato, vi sia una grande parte della cittadinanza che vive la situazione con indifferenza, e a questo si aggiunge una minoranza politica che della falsa antimafia fa esercizio professionale e speculativo, come ricordavamo ieri a proposito dei fatti palermitani. Come accade nelle aree dove dominano i cartelli colombiani della droga, fra la miseria collettiva e la corruzione istituzionale, i capi della criminalità sono vissuti quasi come benefattori della municipalità, comunque garanti della stabilità. Se con loro si sa convivere, se si pensa la propria vita come speranza di guadagno, non importa se regolare, e aspirazione al consumo, si può nascere, crescere e morire senza avere sentito il bisogno di combatterli.
Ma lo Stato non può e non deve accettare la convivenza, perché coinciderebbe con la propria morte. C’è un’ampia pubblicistica che, oramai, ha raccontato la realtà della ‘ndrangheta,
non siamo autorizzati a non sapere, e a nessuno può essere consentito credere che con questa roba si possa convivere senza mettere a repentaglio l’intera convivenza civile.
Non siamo neanche autorizzati a credere che sia solo un problema dei calabresi, perché la ‘ndrangheta ricicla e riutilizza il denaro nelle imprese di costruzioni in giro per l’Italia e l’Europa, come nella ristorazione e tanti altri settori. E’ un problema di Milano, insomma, tanto quanto di Reggio Calabria. Ma è nella seconda città che, ieri, hanno applaudito, e questo pone un problema non occultabile, non riducibile, non accettabile.
Lo Stato indirizza al sud molta spesa corrente, destinata a finanziare attività improduttive. Quella spesa ha avuto un ruolo assistenziale, oggi ne ha uno corruttivo. Corrompe l’anima, ancor più che le tasche.
Quella spesa genera, al sud, la peggiore giustizia d’Italia, che è la peggiore del mondo civile. Finanzia la peggiore scuola, offendendo ragazzi che figurano sempre in fondo alle classifiche europee. Il bilancio è fallimentare. Va raddrizzato con durezza, richiamando lo Stato al suo inderogabile dovere: stabilire il dominio della legge e mantenere l’ordine. Deve farlo con la forza. Della legge, ma anche quella armata.
Oggi sarebbe un errore mettere quegli applausi sul conto di tutti i calabresi, nella quasi totalità estranei. Ma ieri fu un errore descrivere l’attentato alla procura di Reggio Calabria come il frutto dell’azione repressiva dello Stato. Molti scrissero: finalmente si fanno i sequestri, e le cosche reagiscono. Poveri illusi, o pessimi collusi con le versioni di comodo. La "bomba" era un messaggio, non un attentato. Lo scrivemmo subito. Arrestare gente come Tegano è l’unica risposta accettabile. C’è da sperare che sia solo l’inizio.
Come Giacalone penso, che la criminalità organizzata al sud è ben radicata perchè gran parte della popolazione é "inerte", quando non collusa con la stessa.
Ricordo che andai in Calabria proprio dopo la liberazione di Marco Fiora, e nel paese dove andavo, si diceva che a Ciminà tutti sapevano, dove è stato tenuto prigioniero il bambino, incatenato per 18 lunghi mesi. Nessuno ha parlato.
In quei paesini di 4 gatti, dove tutti sanno tutto di chiunque...beh...è impossibile non sapere chi sono i delinquenti e che cosa fanno. Spesso le parentele si incrociano e anche gli interessi. L'omertà copre tutto.
Gli applausi a Tegano sono il risvolto plateale di una realtà, purtroppo ancora presente al sud.
Orpheus



Pubblicato il 28/4/2010 alle 19.40 nella rubrica Lotta alla mafia e all'evasione.

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