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Un po’ di Storia non fa mai male: I Fratelli Govoni

 












                                       













Ogni tanto, quando ho un po’ più di tempo a disposizione mi diletto a tirare fuori dall’armadio ben custodito di una memoria cancellata, gli scheletri dei compagnucci rossi, quelli che stanno sempre con il ditino puntato contro il vituperato fascismo e la sua incombente minaccia, che aleggia sulle nostre capocce, ogni qual volta il centro destra vince alle elezioni.
Un pericolo inconsistente come sanno bene gli italiani (e lo dimostrano alle urne) al contrario del pericolo dell’estremismo rosso, che ha prodotto vittime innocenti fino a pochi anni or sono (i poveri Biagi e D’Antona).
Questa si che è una minaccia reale, che si può toccare con mano ad ogni adunata del fior fiore della gioventù comunista “dura e pura”, sempre pronta ad usare violenza, sopraffazione e devastazione per esprimere il proprio personale concetto di democrazia.
Ma torniamo ai Fratelli Govoni, erano sette come i più noti e compianti Fratelli Cervi, ma la loro terribile fine non ha mai avuto nessun riconoscimento storico, forse perché sono stati massacrati dai gloriosi partigiani rossi.

Dino, Emo, Augusto, Marino, Giuseppe, Primo e Ida Govoni sono stati assassinati dopo il 25 aprile 1945, quando già le autorità legittime avevano impartito l’ordine di rispettare i nemici. La loro colpa è stata quella di aver avuto “rapporti di cordialità ed ospitalità” con alcuni militi del fascio (di cui però non esistono prove) e per un paio di loro di aver risposto alla chiamata doverosa della R.S.I.
Due, non tutti e sette.
Due, non la madre di un bimbo di due mesi, com’era Ida Govoni che stava allattando il suo bambino, quando venne portata via.
I Govoni erano originari di Pieve di Cento, a metà strada fra Bologna e Ferrara, nell’immediato periodo del dopo-liberazione in questa zona i “prelevati” furono 128, persone normali portate via e fatte sparire in fosse comuni.
Nella macabra fossa di Argelato, sono stati rinvenuti diciassette cadaveri buttati alla rinfusa con un metro di terra addosso. Di questi sette erano i fratelli Govoni.
Di diciassette solo uno porta segni di pallottole. Gli altri hanno tutti ossa spezzate e il cranio fracassato a colpi d’ascia, ossia prima torturati e poi ammazzati (non riesco nemmeno ad immaginare le sevizie che subì Ida Govoni).

Il primogenito si chiamava Dino, un artigiano falegname che si era iscritto al Partito fascista repubblichino, comportandosi sempre correttamente, tanto che nessuno, a guerra finita, aveva levato contro di lui la minima accusa. Dopo Dino veniva Marino era coniugato e aveva una figlia. Combattente d’Africa, aveva aderito dopo l’8 settembre alla R.S.I. Contro di lui non pendevano accuse di sorta. Veniva poi Emo, artigiano falegname che non aveva aderito alla R.S.I. e che non si era mai mosso dal paese. Viveva in casa con i genitori. Giuseppe, coniugato da poco tempo, faceva il contadino ed abitava nella casa paterna. Nemmeno lui era iscritto al P.F.R. Quando lo uccisero, era diventato padre da tre mesi. I sesto e il settimo dei fratelli Govoni erano Augusto e Primo, ambedue ancora celibi, contadini, e vivevano con i genitori. Non si erano mai interessati di politica. L’ultima nata si chiamava Ida,e aveva 20 anni. Si era sposata da un anno ed era diventata mamma solo da due mesi. Né lei né suo marito avevano aderito alla R.S.I.
Si salvò solo la terzogenita Maria solo perché i partigiani non riuscirono a rintracciarla.

Per quest’orrendo crimine ci fu un processo che si concluse con quattro condanne all’ergastolo, la giustizia non poté fare il suo corso perché gli assassini “rossi”, così come in altri casi ( e come hanno continuato a fare), fuggirono oltre cortina e di loro si perse ogni traccia; successivamente, il crimine fu coperto da amnistia (ecco il vero motivo dell’amnistia!) e i carnefici ritornarono con tutti gli onori, a casa.
Ancora adesso dopo 60 anni quegli assassini non hanno pagato per le loro colpe, né legalmente, né moralmente, né storicamente. E la vicenda dei fratelli Govoni che gettava una gran brutta luce sula “resistenza” fu censurata, una vicenda che va raccontata e divulgata, e non solo per dare alla loro morte iniqua, il sacrosanto risalto, ma per smascherare le menzogne che da 60 anni avvelenano il clima politico del nostro Paese.
Orpheus



Pubblicato il 21/5/2009 alle 14.32 nella rubrica crimini e censura rossa.

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