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Bene Sarkozy per il "no" alla Turchia

 

Mi è piaciuto molto pocoil “ni” di Berlusconi, riguardo all’entrata della Turchia in Europa, avrei preferito il “no” deciso di Sarkozy. Berlusconi ha proposto infatti di studiare un compromesso: “Bisognerebbe fare come si e’ fatto in alcuni Paesi come la Romania”. Ovvero, dice il premier, occorrerebbe introdurre “una regola che nonostante l’entrata in Europa della Turchia si rimanda il flusso libero”.
Se i risultati, però saranno analoghi a quelli dell’entrata della Romania nella Ue, c’è da capire e condividere la paura di Sarkozy e la Merkel: un grande afflusso nei paesi europei di cittadini turchi con il suo carico di incognite. A dire il vero dovrebbe averne paura anche Berlusconi, visto i problemi di sicurezza che hanno costretto il governo a decreti della massima urgenza. Gli islamici, fra l’altro, sono ai primi posti fra gli autori di violenze sessuali, dopo i romeni. Non fosse sufficiente questo, sono anche, fra i più restii ad integrarsi con gli autoctoni e pretendono di imporre i loro usi e costumi.
Anche rimandando il flusso libero di anni, magari a crisi economica risolta, questi problemi resterebbero. Sono sicura che se il Premier, tanto amante dei sondaggi, ne facesse uno, chiedendo agli italiani, se gradiscono l’entrata della Turchia, incasserebbe un sonoro “no”.
Detto questo, rimane da notare che Obama si è intromesso negli affari nostri, con poco tatto, nessun idealismo e molti interessi nascosti. La sua decisione, infatti di sostenere l’entrata della Turchia nella Ue è dettata da concrete ragioni militari, strategiche ed economiche e non da nobili principi multi-culti, come si affannano a farci credere i suoi seguaci europei, spiegate molto bene da Fausto Carioti su Libero:

"La Turchia confina con la Siria, l’Iraq e l’Iran, per questa sua collocazione geografica, gli Usa ne fecero un membro strategico dell’Alleanza atlantica già nel 1952. Ankara ricambia le attenzioni di Washington inviando soldati a frotte ogni volta che la Casa Bianca lo chiede (quello turco, per dimensioni, è il secondo esercito della Nato). La Turchia è anche un crocevia decisivo delle pipeline che dalla Russia e dalle repubbliche dell’Asia centrale portano gli idrocarburi in Europa. Il gasdotto Nabucco, che secondo il disegno americano dovrà far arrivare ai paesi della Ue il gas di Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan, sottraendolo al controllo russo, ha il suo capolinea proprio in Turchia, a Erzurum. E sempre in territorio turco, a Ceyhan, passa il grande oleodotto che fa arrivare sino al Mediterraneo il petrolio del mar Caspio: altra opera dalla grande rilevanza strategica.
Eppure, l’identità del Paese è ancora in bilico. Il primo ministro  Erdogan e il suo partito, l’Akp, sono stati ritenuti responsabili dalla corte costituzionale turca di «attività anti-laiche», per aver tentato di islamizzare la legislazione. Le televisioni trasmettono programmi che accusano il cristianesimo e l’ebraismo di voler distruggere la religione islamica. Lo stesso Erdogan non si fa problemi a giocare di sponda con il primo ministro iraniano, l’impresentabile Ahmadinejad, e ad accusare con toni durissimi Israele, al punto da definire Hamas «vittima» dell’aggressione ebraica. Nei giorni scorsi Erdogan ha provato a fermare la nomina del primo ministro danese, Rasmussen, a segretario generale della Nato, accusandolo di non essersi scusato per la pubblicazione delle vignette satiriche apparse nel 2005 sul giornale Jyllands-Posten. Per contro, i rapporti con la Russia di Vladimir Putin, grande rivale geopolitica degli Stati Uniti, sono ottimi. Oggi Mosca è il primo partner commerciale di Ankara (soprattutto grazie alle forniture di gas) e, insieme al governo di Teheran, sta cercando di sfilare la Turchia dalla sfera di influenza americana.
Un rischio che gli Stati Uniti hanno ben presente e che si stanno impegnando a scongiurare. Anche perché ritengono indispensabile avere la Turchia dalla loro parte durante il braccio di ferro che nei prossimi mesi li contrapporrà all’Iran e alle ambizioni nucleari di Ahmadinejad. Nei piani del Dipartimento di Stato, il governo di Ankara dovrà avere un compito importante anche nella partita irachena, esercitando un ruolo di guida nei confronti della giovanissima democrazia irachena quando le truppe statunitensi si saranno ritirate. Ma per far sì che la Turchia resti ancorata agli Stati Uniti e all’occidente, secondo Washington è necessario che entri a far parte dell’Unione europea.
Soprattutto, il presidente americano non tiene conto delle conseguenze che l’ingresso turco avrebbe sulla Ue.
Dalla perdita di quel poco di identità che essa ha oggi, piaccia o meno basato sulle radici culturali greche e cristiane, alle difficoltà che i singoli Paesi avrebbero ad accogliere la libera circolazione, entro i loro confini, di 70 milioni di turchi. L’esempio della Romania, il cui ingresso ci ha costretto a subire un flusso di immigrati non selezionato e con un alto tasso di delinquenza, qualcosa dovrebbe averci insegnato. Ovvio, le priorità di Obama sono altre. Mentre Silvio Berlusconi è troppo impegnato a saldare il suo rapporto con la nuova amministrazione e a tessere alleanze internazionali per non abbracciare la causa turca. E allora non ci resta che Sarkozy."

Sperare in Sarkò é buona cosa, ma penso che bisognerebbe far sentire la nostra voce. Si scende in piazza per tante rivendicazioni, ma, mai come in questo caso, sarebbe una rivendicazione  vitale per il nostro futuro, dire "NO" alla Turchia perchè nulla ci accomuna, nulla abbiamo da guadagnare e molto da perdere.
Orpheus

Pubblicato il 7/4/2009 alle 18.59 nella rubrica America.

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