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Eurabia: prove tecniche di fondamentalismo a Sarajevo

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A Sarajevo, nel cuore dell’Europa balcanica, c’è la moschea King Fahd. È una moschea enorme, che durante il Khutbah, la preghiera del venerdì arriva a contenere oltre a 4.000 persone.
E che si chiama così in onore del re saudita Fahd Bin Abd al-Asis Al Saud. Cosa c’entri il monarca dell’Arabia Saudita con Sarajevo, è presto detto: ha semplicemente finanziato con milioni di petrodollari la costruzione della moschea. Dove ora, davanti a uomini e donne rigorosamente divisi, gli imam parlano dei «sionisti terroristi», di come «animali in forma umana abbiano trasformato Gaza in un campo di concentramento», dell’«inizio della fine» per lo Stato ebraico.
Sarajevo è alla porta d’Europa, e tradizionalmente islamici, cattolici e ortodossi vi hanno convissuto; dove Ottomani e impero asburgico si sono incontrati.
Dove ora, però, i musulmani radicali stanno piano piano crescendo di numero. Sarà la propaganda (e il denaro) arrivata dai paesi arabi; saranno forse le ferite di una guerra etnica che non si sono mai sanate e che hanno visto i fedeli di Maometto morire più di tutti gli altri. Solo nella capitale della Bosnia, ci sono 60mila wahabiti e la moschea King Fahd è guardata da molti con sospetto. «Perché l’Occidente è semplicemente seccato che molti musulmani stiano tornando alla loro fede invece di strisciare fuori dalle moschee per andare in un bar, a bere alcolici o a mangiare maiale», chiosa Nezim Halilovic, l’imam del grande luogo di culto.
Da dopo l’11 settembre, tuttavia, i cosidetti “estremisti islamici” sono stati guardati con sospetto e questo li ha spinti a tenere un basso profilo. Spesso, però, nei momenti in cui c’è meno gente, questi fedeli ortodossi si possono facilmente riconoscere dagli altri musulmani: per come si tengono in disparte, innanzitutto; per come non vogliono fare parte della Jamaat, la comunità, perché pregano in maniera diversa. Perché, alla fine dei rituali, non dicono “salam”, scambiando l’usuale segno di pace. Molti sostengono che wahabiti è uguale ad Al Qaeda. «Non ho niente a che fare con questo movimento – ha raccontato l’imam Halilovic – Ma di certo non intendo escludere dalla mia moschea i salafiti perché pregano secondo i loro riti». A gambe larghe e tutti uniti in una stretta fila, «così il demonio non può passare».
E secondo uno studio dell’intelligence tedesca sul forum del sito bosniaco Studio Din, tramite cui i salafiti di Sarajevo spiegano cosa sia “halal” e cosa “haram” (concesso o proibito), come la guerra santa sia la strada diretta per raggiungere Allah, e come, per esempio, anche fare la donna delle pulizie in una banca che presta denaro con interesse sia un peccato, nella capitale bosniaca si sta delineando sempre più netta una frazione fra i musulmani di vecchia generazione e i nuovi arrivati radicali. «È un virus potenzialmente mortale», ha avvisato per primo Resid Hafizovic, professore all’università islamica e anche la polizia ha recentemente ammesso «l’esistenza di una crescente minaccia terroristica». Lo scorso marzo le forze speciali antiterrorismo hanno arrestato 5 uomini, fra cui 4 salafiti: il loro leader, un ex combattente della brigata Al-Mujahedeen, aveva contatti in Austria e Germania, che gli servivano per procurarsi esplosivo per possibili attentati suicidi. Per ora non è successo nulla, ma nel settembre 2008, in occasione della prima parata omosessuale in Bosnia, un gruppo di musulmani si è lanciato sui manifestanti al grido di “Allah akbar” , costringendo la polizia a intervenire e a sospendere la manifestazione per paura di incidenti. Una paura che, a otto mesi dalla firma del Patto di stabilità che rappresenta il primo passo per l’ingresso nell’Unione Europea, resta viva.
Da L'Occidentale
E così siamo riusciti ad avere uno stato islamico estremista e radicale nel cuore dell'Europa. Chapeau!
Orpheus

Pubblicato il 21/3/2009 alle 22.35 nella rubrica Eurabia.

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