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Il valore di una vita senza valore

 

Il piccolo Ivan Cameron di 6 anni, soffriva di una forma molto grave di epilessia e paralisi cerebrale, la sindrome di Ohtahara, una malattia che gli impediva di parlare, di camminare e anche di mangiare da solo. 
Per tanti, quindi un 'vegetale' o poco più, da sopprimere 'dolcemente' perchè la sua vita non é una vita degna di essere vissuta.
Una vita la sua, 'imperfetta' che nella nostra società ossessionata dalla perfezione fisica, non aveva alcun valore.
Eppure in una mail, con parole toccanti,  David Cameron spiega il valore e il senso della breve vita 'imperfetta' del suo piccolo Ivan.

"Sam e io siamo stati sommersi da tutte le lettere, i biglietti, le e-mail e i fiori che abbiamo ricevuto per Ivan. Inviare una e-mail questa settimana ci offre l'opportunità di dire un grande «grazie». Significa molto sapere che altri pensano a noi e a lui.
Abbiamo sempre saputo che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all'improvviso. Lascia un vuoto nella nostra vita così grande che le parole non riescono a descriverlo.
L'ora di andare a letto, l'ora di fare il bagno, l'ora di mangiare — niente sarà più uguale a prima.
Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore.
Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente.
Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure.
Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario.
È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi — Sam, io, Nancy ed Elwen — a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall'amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo".
Non una 'liberazione' per i genitori di Ivan, ma una grande sofferenza per aver perso un bambino bellissimo che dava, molto più di quanto riceveva.
Concludo con le riflessioni di Michele Brambilla, che trovo meravigliosamente e crudelmente vere, perchè mettono a nudo la meschinità di questa società, di 'morti viventi' convinti che solo la loro vita sia degna di essere vissuta, mentre al contrario sono molto, più degne e  vitali, le vite 'imperfette' dei bambini come Ivan, perchè risvegliano la parte migliore di noi.

"Ricevere": in questo verbo semplice e straordinario c’è tutto il mistero della potenza di uno dei più grandi - forse il più grande - tabù del nostro tempo, la sofferenza.
In queste settimane in cui mi sono dovuto occupare del caso di Eluana Englaro, ho ascoltato attentamente le argomentazioni di tutti, politici e filosofi e prelati, ma quella che mi ha convinto di più è contenuta nelle pochissime,scarne parole che mi ha detto, durante una chiacchierata sotto la sede del Giornale, un nostro collega, Felice Manti: "Eluana è stata eliminata perché era Cristo in croce. Era un segno visibile e tangibile dell’ineluttabilità, nella nostra vita, della sofferenza".
La sofferenza è lo 'scandalosupremo', e di fronte ad essa reagiamo cercando (invano) di espungerla dal nostro orizzonte. Ma David Cameron ci dice ora quello che molti altri hanno sperimentato: e cioè che la sofferenza (oserei dire: forse nulla più della sofferenza) può avere il potere di renderci migliori, più attenti al dolore degli altri; di scoprirci capaci di amare e di sentirci amati. Chi vive situazioni del genere fa spesso esperienza di una fraternità che mai, prima, avrebbe immaginato possibile. Ecco "a che cosa serve" una vita come quella di Ivan Cameron. Una vita lontana anni luce dai criteri di felicità e benessere del nostro tempo: eppure capace di produrre una catena di amore che chissà quando cesserà di dare frutti.
Orpheus

Pubblicato il 3/3/2009 alle 18.38 nella rubrica Etica e religione.

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