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Abbassiamo i toni ma non dimentichiamo

 È piombato il silenzio martedì 10 febbraio sulla casa  di cura «La Quiete» all'indomani della morte di Eluana Englaro. Dinanzi all'ingresso della casa di cura - fino a lunedì affollato di manifestanti a sostegno della battaglia della  famiglia Englaro o, sul fronte opposto, facenti parte dei  comitati pro-vita - restano solo candele accese,  cartelli e palloncini bianchi in memoria di Eluana. Dopo la veglia di preghiera, protrattasi fino a notte fonda,  l'ingresso della casa di cura è  praticamente sgombro, con  le sole forze dell'ordine a presidiarlo (Emmevi)

Adesso che Eluana non c’è più abbassiamo i toni, in suo rispetto, ma non voltiamo pagina come se nulla fosse successo, non dimentichiamo la sua tragedia come troppe volte è già successo, davanti a tragedie analoghe.
Vite strappate che hanno fatto gridare all’orrore, per un giorno e poi cancellate nella nostra memoria da altre vite che hanno subito altre violenze e morte.
L’Italia è un paese senza “memoria e verità”, ed Eluana ci deve insegnare che a volte dimenticare è un crimine, quanto tacere la verità.
La verità può avere una sola faccia, e non una dieci o cento.
La verità è che Eluana era viva e adesso è morta per intervento medico.
La verità è che nel nostro paese un tribunale ha applicato una legge che NON c’è, che si chiama eutanasia, l’ha fatto “presumendo” la volontà di Eluana, l’ha fatto DECIDENDO che la sua vita era indegna di essere vissuta.
Chi gli ha dato questo diritto?
Hanno il diritto di decidere qual’ è una vita degna di essere ritenuta tale? In che misura?
E questo al di là del dolore per la morte di Eluana, è grave, troppo grave, perché si possa voltare pagina e tacere.
Quel che é successo in quell’aula di tribunale è paragonabile alle vergognose leggi razziali, con cui la sinistra ipocritamente corretta, si riempie la bocca, un giorno si e l’altro anche.
E’ 'razzismo' bell’e buono perché discrimina i disabili, quelli gravi, quelli come Eluana, che NON sono morti cerebralmente, non respirano attaccati ad una macchina, ma vivono, respirano, sentono dolore,sorridono e percepiscono il mondo intorno, come e quanto, NESSUNO lo sa.
Non è vita?
NESSUNO può arrogarsi il diritto di decidere per loro.
Né il padre, né la madre, né tanto meno le istituzioni. Solo loro possono decidere.
Io non grido “assassini”, non serve a nulla, serve lottare perché coloro che hanno utilizzato la tragedia di Eluana per creare un “precedente” non vincano la loro battaglia.
Perché fra non molto tempo, non si passi dai 17 anni, ai 17 mesi, a 17 giorni. E poi dai disabili in stato vegetativo non si passi ai disabili affetti dalle decine di patologie, che portano ad uno stato d’incoscienza o di semi-incoscienza.
E’ una strada che abbiamo già percorso con l’aborto, si è partiti dai casi limite (stupri, gravissime malformazioni) e si é arrivati ad abortire per “non guastarsi la vacanza programmata”, per “non compromettere il lavoro”, semplicemente perché “non è il momento”. Come se l’embrione di oggi, che sarà il bambino di domani, fosse un noia, una seccatura, un impiccio da risolvere con lo stesso spirito di una seduta dal dentista. Cinque milioni di aborti legali in trent’anni e non mi si venga a dire che tutti erano inevitabili o necessari per la salute della madre.
Orpheus

Pubblicato il 10/2/2009 alle 17.32 nella rubrica Etica e religione.

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