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British jobs for British workers

 

Continuano gli scioperi dei lavoratori inglesi scesi in piazza al grido di “British jobs for British workers” per protestare contro italiani e portoghesi, rei di “rubare” posti di lavoro agli inglesi. Per oggi era prevista una grande manifestazione, e gli organizzatori avevano avvertto che le loro iniziative si allargheranno “come incendi” finché italiani e portoghesi non se ne andranno. Gordon Brown ha bocciato tali iniziative definendole “inaccettabili” ma il suo ministro dell’Ambiente, Hilary Benn, anche lui membro del Partito laburista, non ha avuto problemi a schierarsi dalla parte dei manifestanti: “I nostri lavoratori hanno diritto ad avere una risposta”. D’accordo anche l’opposizione e il sindacato Unite (di sinistra) che tramite un dirigente ha fatto sapere che “È una lotta per il diritto al lavoro degli inglesi e non un attacco razzista”.
I media inglesi,unanimi hanno ribadito lo stesso concetto non è una protesta xenofoba, è “una lotta per l'occupazione nel bel mezzo di una profonda recessione e una reazione violenta al modello neoliberista difeso da Brown per oltre un decennio” (Guardian) ecc.

A questo punto bisogna chiedersi è lecito comportarsi così? In periodi di vacche magre è giusto proteggersi dalla “concorrenza” degli stranieri e avere l’appoggio di politici, sindacati e organi di stampa?
Io penso di si. Solo in Italia abbiamo lo sconcio di tutta una classe politica, con annessi e connessi (sindacati e media) che remano sempre contro i propri connazionali, in nome di un ipocrita concetto di solidarietà, estremamente solerti nel fare i generosi con le tasche altrui.
Non solo impongono la parità di trattamento come un diktat, ma spesso arrivano all’ “affirmative action”, la disparità in favore dei nuovi arrivati. Grazie a ciò “molte amministrazioni locali sono arrivate a finanziare, tramite prestiti e agevolazioni fiscali, le piccole imprese degli immigrati. Il risultato, ad esempio, è che gli stra-tassati negozianti italiani finanziano, con le loro imposte, i loro concorrenti immigrati, che così riescono facilmente a cacciarli fuori dal mercato. Chi avesse dubbi, vada a fare un giro nelle strade del centro di città come Bologna, e chieda a un fruttivendolo autoctono, se ne è rimasto qualcuno, come se la passa” (come ha scritto Fausto Carioti l’altro ieri su Libero).
L’affirmative action si allarga anche ad altri settori, come quello scolastico: in provincia di Como, il Consiglio d’istituto cui fanno capo tutte le scuole dall’asilo alla medie della Val d’Intelvi ha stabilito che nell’iscrizione alle scuole Materne i bambini stranieri, anche quelli appena arrivati , abbiano diritto di precedenza su quelli indigeni.
Tutto ciò a sfavore delle italiane che lavorano e magari si vedono scavalcate, dalle immigrate, meritevoli del posto, anche se a casa, per il solo fatto di essere immigrate.
Questo è sbagliato perché non solo è penalizzante per gli italiani, ma ben lungi dal favorire l’integrazione, scatena rancori e malumori, e crea razzismo, quello vero dalle conseguenze nefaste, per chi arriva e per chi già vive qui.
Orpheus

Pubblicato il 2/2/2009 alle 15.24 nella rubrica l'Asinistra.

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