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Travaglio? Un pupazzo che recita verbali a pappagallo

 

Più volte mi sono occupata del “virtuoso” Traraglio, quello che punta il ditino sulle amicizie mafiose altrui e poi va in vacanza con un mafioso e chiacchiera con lo stesso a bordo piscina, non potevo quindi esimermi dal riportare l’articolo di Facci, dove l’amico dei verbali, viene fatto a fettine e fa la solita figura d’asino.
Il tristo individuo, come lo definisce Facci ha lamentato che il Giornale, “Ha sbattuto la mia sentenza in prima pagina, dopo aver nascosto le sue”, di sentenze, cioè quelle di Facci, le quali corrisponderebbero a “una caterva di processi persi, con abbondanti risarcimenti ai danni dei pm di Mani pulite per le balle diffamatorie che lui rovescia loro addosso da una vita”.
Ribatte Filippo Facci: “Allora, il mio casellario giudiziale, semplicemente, non riporta nessuna condanna penale per querela dei pm di Mani pulite. E neppure per querela di altri magistrati amici suoi. Denunce del pool di Mani pulite ne ho avute diverse, di Antonio Di Pietro addirittura decine: tutte chiuse, vinte, archiviate, prescritte, in rari casi transate (decisione non mia) e comunque senza resipiscenza: non mi sono mai prostrato ai piedi di un querelante come invece fece Travaglio coll’amico Antonio Socci (febbraio 2008) affinché ritirasse la denuncia: “Riconosco di aver ecceduto usando toni e affermazioni ingiuste rispetto alla sua serietà e competenza professionale, e di ciò mi scuso anche pubblicamente con lui” scrisse sull’Unità.
Il sottoscritto ebbe, semmai, una denuncia per calunnia da parte del solito Di Pietro (pena sino a sei anni) il quale sosteneva che una serie di miei scritti, a metà degli anni Novanta, avevano originato alcune delle inchieste bresciane che nel 1996 l’avevano costretto a dimettersi dal ministero dei Lavori pubblici. Finì così: il tribunale decise infine il non luogo a procedere (presenti per nove ore Di Pietro e il sottoscritto) dopo aver stabilito che in effetti Di Pietro aveva ragione, gli scritti avevano ispirato parte delle inchieste: ma anziché chiamarlo reato lo chiamarono giornalismo. Può addirittura succedere che siano dei magistrati a sbirciare quello che scrivi tu: e non solo viceversa.

C’è poi una chicca che certifica la superiorità morale del “tristo individuo”, sempre in cattedra a bacchettare i soliti noti: l’ente turistico di Cortina, nel 2004, cercò di organizzare un dibattito con ospiti Travaglio, Giancarlo Caselli, Piercamillo Davigo e Filippo Facci: ma Davigo disse che con Facci non voleva dibattere, perché in passato lo aveva querelato. E l’ebbe vinta con il sostegno di Travaglio che sentenziò: “Se fossi un giudice, e un giornalista mi accusasse di crimini inesistenti, forse farei lo stesso”.
Ecco la storia della querela. Davigo, nel 1982, arrestò un avvocato per traffico d’armi e lo tenne dentro per sei mesi. Le conseguenze furono orribili: il fratello dell’avvocato, pure arrestato, uscì di senno e fisicamente fu devastato, perse i capelli e addirittura le ciglia degli occhi: la compagna di questo avvocato, dopo l’arresto, si dileguò; il figlio di questo avvocato, l’unico figlio, si suicidò.
Dieci anni dopo, l’avvocato fu assolto in primo grado e denunciò Davigo, il quale lo controquerelò per calunnia: la notizia, data dal Giornale, fu approfondita dal sottoscritto che fu querelato a sua volta. L’avvocato, intanto, fu assolto anche in Appello: e una sua intervista televisiva, trasmessa da Mediaset e curata ancora dal sottoscritto, fu ancora querelata. La faccenda, per farla breve, si concluse con una piena assoluzione dei querelati: e resta, nell’insieme, una delle storie più schifose cui ho mai assistito in vita mia.
Ma averla raccontata, per Travaglio, corrispondeva invece a raccontare “crimini inesistenti”, ciò che meritava la mia esclusione da un pubblico dibattito. È fatto così, Pupazzo Travaglio: sembra uno di quei maialetti dell’autogrill che tu passi e loro ballano, lui invece ti legge un verbale. A pappagallo. A Travaglio.

Il bello è che Traraglio ci campa sui “crimini inesistenti”, sulle accuse formulate dimenticando o cancellando parti sostanziali della frase. Un esempio la campagna diffamatoria contro Previti, che gli è costata una condanna (‘scapolata’ grazie all’indulto).
Travaglio cita un verbale reso da Riccio, sempre nel 2001: “In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti”. E praticamente finisce l’articolo: l’ombra di Previti si allunga dunque su traffici giudiziari, patti con Cosa Nostra, regie superiori e occulte.
Il dettaglio, l’infamia, è che Travaglio non mette il seguito della frase. Eccola per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri”
Incredibile come un simile mistificatore abbia anche un seguito.
Orpheus

Pubblicato il 18/10/2008 alle 18.44 nella rubrica Satira.

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