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La confessione di Raniya, bambina kamikaze

 Fifteen-year-old Raniya Ibrahim (right) listens to her mother Basaad Suleiman as she speaks during an interview with AFP at a police station in Baquba, some 60 kilometres northeast of Baghdad Sunday.

Quando ho aperto questo blog, ho deciso che lo avrei usato per raccontare storie di donne e di bambine violate, umiliate, picchiate, ammazzate. Storie che altri non raccontano.
Sapevo che aprire un simile “vaso di Pandora” avrebbe voluto dire sobbarcarsi la conoscenza di orrori, dei quali si farebbe volentieri a meno, come l’uso di donne e bambini (femmine, ma anche maschi) per le missioni suicide di Alqaeda. Quest’anno in Iraq sono già state ventisette, le donne immolate sull’altare del fondamentalismo, Raniya, 15 anni, era una di queste. Come la madre e tre cugine arrestate perché in procinto di farsi saltare fra la folla.

Ma lei Raniya non ha scelto, sognava di fare il medico e invece è stata costretta a sposare un parente nel villaggio Abu Karma, nei pressi di Baquba, che l’ha obbligata a vestirsi di morte e dinamite: “Il martirio è la cosa giusta da fare secondo mio marito” ha detto Raniya in lacrime, dopo essersi consegnata ai militari che le hanno disinnescato la cintura esplosiva , “Mi disse che in Paradiso ci sono angeli donne dalla pelle chiara e occhi neri. Un Paradiso simile a un giardino pieno di fiori, due fiumi e uno di miele”.
Quando le hanno chiesto chi fosse stato ad armarla, Raniya ha risposto: “Giuro su Allah che non lo so, erano stranieri”. Arabi stranieri, non iracheni.
Con i suoi venti chili di esplosivo indosso, Raniya avrebbe fatto una strage, l’obiettivo era una SCUOLA. Una strage di innocenti.
“Mi hanno portato al mercato in bus- racconta Raniya- mi hanno messo l’esplosivo ma hanno detto che non sarei esplosa. Poi mi hanno detto che andavano a fare spese”.
Raniya ha rilasciato la sua confessione alla televisione al-Baghdadiya. L’intervistatore ha chiesto a Raniya se il marito le avesse detto qualcosa dopo averle messo addosso l’esplosivo. “No, ma prima mi diede del succo e un po’ di pane”. Nella bevanda c’erano stupefacenti. “Non vedevo nulla, ci vedevo doppio”. La bomba era nascosta sotto le pieghe di un velo a fiori. Non un lugubre chador, ma un manto floreale. Come se si stesse recando a sposarsi. “Giuro su Allah non volevo uccidere nessuno, quelle due neppure le conoscevo, erano straniere, mi hanno soltanto chiesto d’indossare il giubbotto, di portarlo fino a casa, una si faceva chiamare Fadhila e l’altra Widad, e io stupida ho detto di sì”.
Orpheus

Pubblicato il 25/9/2008 alle 15.5 nella rubrica Islam.

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