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Chi sono i malvagi?

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Il cuore della nota di Sofri sta dove dice che gli assassini del commissario Calabresi non erano necessariamente «persone malvagie». Fu l’azione di qualcuno che «disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». E mi pare che Sofri alluda alle vittime tutte di piazza Fontana e non solo all’ultima di loro, il povero Pinelli. E come se quelle vittime, tutte e diciassette (Pinelli a parte), ricadessero sulle spalle e sulla responsabilità di un commissario di polizia di 33 anni, che aveva due figli e un terzo in arrivo, e che andava in giro disarmato perché sapeva che se gli avessero sparato gli avrebbero sparato alle spalle. E a non dire che la giustizia pubblica non era stata sorda e muta quanto reputa Sofri. Alla fine del 1971, un procuratore della repubblica di Milano, quel Gerardo D’Ambrosio che sarà poi uno degli eroi di Tangentopoli e di recente un senatore dell’ex Pci, aveva avviato un’inchiesta sulla morte di Pinelli: un’inchiesta in cui Calabresi poteva essere imputato di “omicidio volontario”.
Le persone che non erano «malvagie» non volevano aspettare.
A fin di bene, beninteso. A fin di bene loro organizzarono l’agguato del 17 maggio. A fin di bene un uomo alto e magro che impugnava una pistola a canna lunga e che aveva aspettato che Calabresi uscisse di casa gli andò dietro, gli sparò un primo colpo alla nuca e un secondo alle spalle. Quell’uomo tanto non era “malvagio” che nella versione di Leonardo Marino, il “pentito” che faceva da autista del commando, quando si sedette in auto mormorò un «Che schifo». Parlo di Ovidio Bompressi. Era assolutamente a fin di bene che Lotta continua all’indomani scrisse che questa volta la «violenza s’era rivolta contro i nemici del proletariato, contro gli uomini che della violenza più spregiudicata hanno fatto la loro pratica quotidiana di vita al servizio del potere». Calabresi un nemico del proletariato che aveva fatto della sua vita una pratica costante all’insegna della violenza più spregiudicata? Le successive corti di un processo durato dal 1988 al 2003 hanno reputato che quelle parole fossero “la rivendicazione criptica” che Lotta continua faceva dell’attentato. Non ne sono sicuro. Quelle parole a me paiono innanzitutto una porcata inaudita.
Gli assassini, pur talmente spietati, non erano malvagi. E dunque di certo non erano “malvagi” gli estremisti di sinistra che nel pomeriggio si misero a schernire e a ululare contro Gemma Calabresi che stava uscendo dall’aver visto il cadavere del marito steso sul tavolo dell’obitorio. Non erano “malvagi” i redattori di Lotta continua che avevano plaudito all’assassinio di un ingegnere della Fiat sequestrato da guerriglieri sudamericani. Non era malvagio un militante di Lotta continua, Mauro Pedrazzini, che beccarono mentre si aggirava dalle parti della casa di un missino milanese con una rivoltella in pugno. E perché mai avrebbero dovuto essere malvagi? Non lo facevano mica per un interesse personale, mica randellavano e violavano una donna com’è successo nella Roma di qualche giorno fa. Ma quando mai i criminali politici erano innanzitutto “malvagi”? Erano semplicemente accecati dalle bestialità ideologiche che erano le loro.
Di certo non erano “malvagi” i brigatisti rossi che per 53 giorni tennero Aldo Moro rinchiuso in uno sgabuzzino dove entrava soltanto un letto e un water chimico. Lo facevano a fin di bene. Non erano di certo “malvagi” Renato Curcio e la sua compagna Mara Cagol, che tutti ricordano a Trento quali studenti assidui e appassionati. Solo che quando Curcio lesse in un libro di Lenin la frase secondo cui «in una società divisa in classi uccidere un nemico di classe è l’atto più umano che si possa compiere», quella frase la ripeté in tribunale a proposito dell’omicidio di Moro. Ma se l’uccidere per motivi politici non è indice di malvagità, caro Sofri, allora questo vale anche per gli assassini della parte opposta. A ragionare così non era innanzitutto “malvagio” Pier Luigi Concutelli, che una mattina del 1976 aspettò che l’auto del pubblico ministero Vittorio Occorsio arrivasse sotto la casa dove abitava il magistrato romano e gli andò incontro a tirargli una prima e poi una seconda sventagliata di mitra. Anche lui lo fece a fin di bene, anche lui aveva i suoi parametri e i suoi criteri e i suoi valori che lo spingevano a premere il grilletto. E perché mai pensare che fossero innanzitutto malvagi i sicari nazisti di cui parla Hans Magnus Enzensberger in questo suo ultimo e bellissimo libro pubbllicato da Einaudi (“Hammerstein o dell’ostinazione”) che entrarono in casa di un ex cancelliere tedesco che sapevano ostile a Hitler e ammazzarono prima lui e poi sua moglie. Lo fecero a fin di bene, perché la Germania risorgesse dalle umiliazioni del dopoguerra, perché fosse unita e risoluta, perché il popolo tedesco avesse il suo spazio vitale.

Quanto alla morte di Pinelli, l’istruttoria del giudice D’Ambrosio, durata tre anni, si concluse con un’assoluzione piena e motivata in ogni dettaglio del commissario Calabresi.

Quelli che scrivevano sui muri di Milano “Calabresi assassino” non avevano nulla contro di lui. Non c’è alcun rapporto necessitante tra la morte di Pinelli e l’agguato a Calabresi, c’è solo il delirio dell’ideologia. È abietto fare una scala gerarchica tra le due morti, tra quelle due vittime innocenti alle quali ho dedicato un mio libro di dieci anni fa. È pazzesco fare delle comparazioni un po’ oblique tra il lutto di Gemma Calabresi e il lutto di Licia Pinelli. Tutto qui, ma non è poco.
Riassunto da Libero Giampiero Mughini
Orpheus

Pubblicato il 13/9/2008 alle 11.36 nella rubrica Vittime del terrorismo.

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