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"Velprodi" se lo conosci lo eviti...

 

Sull'aumento delle tasse non c'è neanche bisogno di soffermarsi: è uno degli argomenti preferiti da Silvio in campagna elettorale. E comunque basta leggersi la busta paga per ricordare la stagione del trio Prodi-Padoa Schioppa-Visco. Una stagione caratterizzata dal congelamento della crescita economica, dall'incazzatura generale (pensionati, giovani, operai, statali, imprenditori grandi piccoli e medi, pompieri, poliziotti, tassisti...), dal falso mito del tesoretto. E dalla mitica frase di Padoa-Schioppa: “Le tasse sono bellissime”.

Ecco, non vi parlerò di questo. Vi ricorderò alcune altre perle della stagione prodiana.
Che comincia il 17 maggio 2006, con una raffica di nomine: 102 poltrone per 16 partiti. Record assoluto, alla faccia dell'austerity annunciata nella campagna elettorale.
Nel giro di breve tempo, il centrosinistra si piglia tutte le cariche in scadenza: dalla Presidenza della Repubblica in giù. Niente sconti. Sono democratici loro…. E ingordi.

Prima s'abbuffano di poltrone, poi dottoreggiano sulla Casta.

Parte la lenzuolata di liberalizzazioni: nel mirino di Bersani finiscono i tassisti, i farmacisti, i panettieri, i notai. I vantaggi sono talmente tanti che nessuno si sente di ringraziare il governo. Tant'è che cominciano le manifestazioni contro Prodi. “È la risposta dei poteri forti”, si lasciano scappare dall'ala sinistra dell'alleanza.
Passerà poco tempo e i massimalisti cambieranno idea: dietro gli striscioni e i megafoni della protesta ci saranno anche loro. Ora è la base Usa di Vicenza ora la riforma del Welfare. Ministri che scioperano o che contestano il proprio governo: in venti mesi a Palazzo la Prodi's Band se la canta e se la suona. E non sono soltanto quelli di Rifondazione, dei Verdi o dei Comunisti. Quando il parlamento approva l'indulto, Di Pietro si sospende dalle funzioni di ministro, prende il megafono e va in piazza coi leghisti a sparare contro la sua maggioranza.
Calderoli non sa che dire. Se non un timido: “Dimettersi no?”. (col cavolo che i ministri prodiani mollano le poltrone, ci si sono attaccati con l’attak)
Già, l'indulto. “Il sovraffollamento delle carceri rende disumana la detenzione”. Pochi mesi dopo le carceri sono nuovamente strapiene. Così siamo tornati punto e a capo: celle piene e nessun nuovo carcere in vista.
Febbraio 2007: i Pacs escono di scena per far posto ai Dico. La ministra Pollastrini si affanna per “riconoscere ciò che è giusto”. La normativa è talmente fumosa che non si capisce quali siano le differenze tra famiglia tradizionale e convivenze etero o omosessuali.
L'Unione è talmente unita che una parte sfila al Gay Pride, un'altra al Family Day.
Il ddl approvato dal Consiglio dei ministri si impantana, sotto la minaccia dei cattolici. I quali si ritrovano nel Pd assieme con i Radicali, quelli che nel presepe della Camera avevano messo due coppie gay con un cartello "Anche in Italia il matrimonio gay come in Spagna".
A proposito, andiamo all'estero. “Mai come con il governo Prodi abbiamo avuto così tanta credibilità internazionale”. La frase è un ritornello abituale del Pd.
Spulciamo allora nei ritagli di giornale e vediamo questa credibilità internazionale come è stata costruita. Il 21 febbraio del 2007 il ministro D'Alema cade al Senato sull'Afghanistan e sulla base di Vicenza. Prodi è costretto a dimettersi e ripresentarsi per la fiducia. I rapporti si fanno tesi con gli americani pure per le proteste di una parte della maggioranza a Bush in visita a Roma, per le contestazioni all'ampliamento del Dal Molin. E soprattutto per la gestione (affidato anche al leader di Emergency Gino Strada) del rapimento di Daniele Mastrogiacomo, giornalista di Repubblica: si parla di uno scambio di prigionieri di Hamas. La simpatica formazione filo-terroristica è un pallino della strategia dalemiana (memorabile la passeggiata con un suo esponente) e prodiana. Pure sul nostro impegno in Libano, le ambasciate alleate hanno da ridire. Ne nasce un caso diplomatico. Dopo la caduta al Senato, Prodi straccia il programmone elettorale con cui si era presentato alle elezioni e ne fa uno più striminzito di dodici punti. Poche cose essenziali. Il dodecalogo chiude all'incirca così: l'ultima parola è la mia e a nome del governo parlerà solo Silvio Sircana. Il quale, pochi giorni dopo, si fa pizzicare a parlare con un viados. C'è una foto in giro: alla fine la pressione è tanta che la Casta è costretta cedere. Si pubblichi l'immagine. Il governo è alle corde. Berlusconi comincia a parlare di spallate. La vendetta di Prodi non si fa attendere: una bella legge per far dimagrire Mediaset. L'elogio della concorrenza nelle telecomunicazioni, però, dura poco perché il consigliere del governo, Angelo Rovati, scrive su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei ministri un piano riguardante Telecom. Rovati alla fine si dimetterà. Altro che la Casa della Libertà, è nell'Unione che ognuno dice e fa quel che vuole.

Visco silura Speciale, Padoa-Schioppa toglie un consigliere d'amministrazione della Rai, il governo pensiona De Gennaro da Capo della Polizia per poi supplicarlo di risolvere i rifiuti di Napoli.
C'è un pacchetto sicurezza da varare perché anche a Roma i romeni accoppano le italiane?
Si fa il pacchetto ma qualcuno ci butta dentro una norma anti-omofobia: è la vendetta di chi voleva i Pacs. La Binetti vota contro, il governo si salva per un voto. Va a ruota libera anche la Turco che vorrebbe raddoppiare la dose minima di cannabis. E pure il sito internet Italia.it, il costosissimo portale del turismo, dice quel che vuole: Le Cinque Terre non vengono neanche segnalate, Pesaro diventa la città di Fellini e le Dolomiti finiscono nel dimenticatoio. Assieme ad alcune frasi cult. Ne ricordiamo una per tutte.

È del Dottor Sottile, Giuliano Amato: «Picchiare le donne, una tradizione siculo-pachistana». Poi vanno a fare la morale a Bossi...
Riassunto Da Libero

Si dirà ma che c’entra il Governo Prodi, con il nuovo e sfavillante Pidì del mirabolante Waltere???
C’entra, c’entra eccome. Prodi è il presidente del Pidì (altro che nonno in pensione) e ben 17 ministri del suo governo sono candidati in posizione blindatissime: ergo escono dalla porta per rientrare dalla finestra: Francesco Rutelli, Massimo D’Alema, Luigi Nicolais , Barbara Pollastrini, Vannino Chiti, Giulio Santagata, Rosy Bindi, Pierluigi Bersani Giovanna Meandri, Giuseppe Fioroni, Cesare Damiano, Arturo Parisi, , Paolo De Castro, Livia Turco , Paolo Gentiloni, Emma Bonino e l’ultimo acquisto Alessandro Bianchi.
Tutti tranne Amato e TPS...
Ma il “generoso” Walter Veltroni si è raccomandato di garantire una presenza in Parlamento anche a una buona fetta di sottosegretari e viceministri uscenti. Circa in 26.
Altro che nuovo, questo é un velprodi tris....
Orpheus

Pubblicato il 12/4/2008 alle 21.47 nella rubrica Elezioni.

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