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"Si se po' fa"...

 

Il doppio tenore della campagna elettorale veltroniana è ormai delineato. Sul primo spartito ci sarà il timbro mesto della “occasione perduta”, del Berlusconi che ha chiuso le porte in faccia alle riforme e ha precipitato il paese nell’avventura elettorale con l’impresentabile abito del “porcellum”.
Sul secondo ci  sarà invece il timbro eroico del “solo contro tutti”, della corsa ardita e pura col vento dei valori in poppa, contro le ammucchiate e i compromessi elettoralistici degli altri.
Si tratta di due portentosi artifici retorici che Veltroni saprà alternare con sapienza e con l’attivo sostegno della stampa amica e della sua personale capacità mitopoietica.
Sulle variazioni meste e vittimistiche Veltroni è stato ben spalleggiato dal duo istituzionale Napolitano-Marini e dalle loro multiformi consultazioni, chiuse, con il “rammarico” del Colle, dal no di Berlusconi.
Il cuore simbolico del tema eroico sarà invece incentrato sulla figura mitica di Barak Obama, l’uomo nuovo che corre da solo contro l’apparato democratico clintoniano, che parla di poesia e di sogni al cuore indurito dell’America bushiana, e ha un piede piantato nel nuovo mondo e l’altro nel continente dimenticato. Africa e America insieme, perfetta e vivente rappresentazione dell’immaginario veltroniano.
Ieri  il segretario del Pd  si è impossessato dello stesso slogan obamiano: “Yes we can”,  che qualcuno ha prontamente tradotto in “sì, se po’ fa”. Presto probabilmente farà suo anche il video con lo stesso titolo che un supporter della campagna ha realizzato con cantanti e attori che trasformano un discorso del loro beniamino in un toccante inno a più voci. (lo potete vedere qui).
Tina Brown, l’ex direttrice di Vanity Fair e di New Yorker, intervistata qualche giorno fa da un giornale italiano così definiva Obama: “Lui è l’eroe giovane, attraente e superficiale dell’era tv, funziona grazie all’alto quoziente di glamour che gli ha tirato dietro Hollywood e la televisione”.
A parte qualche dettaglio sembra il ritratto di Walter.
Su questo apparato mitico Veltroni sovrappone la sua potente macchina comunicativa e il sostegno dei giornali e giornalisti amici. La Repubblica di martedì scorso, giorno in cui Marini ha rinunciato all’incarico, sembrava già un perfetto volantino elettorale, studiato con la massima cura sia nella grafica che nei contenuti. A Concita De Gregorio Veltroni confida con toni ispirati la chiave della sua campagna d’attacco. Prima il timbro vittimistico: “Avevamo la possibilità di fare una legge che desse a questo paese governi stabili. Qualcuno, non noi, l’ha respinta”. Subito seguito dal tema eroico del cavaliere solitario, il lone ranger senza macchia e senza paura: “Noi andiamo da soli a queste elezioni: noi cambiamo ritmo e cambiamo rotta. Gli altri sono oggetti desueti, il centro-destra è costretto a ripetere lo stesso schema di sempre. Non è una scelta tattica la nostra ma l’unico modo possibile per indicare una direzione nuova”.
Nel mezzo c’era tutto l’armamentario mitico necessario alla bisogna: “Anche a Obama nessuno credeva” e poi: “Ha visto il superbowl? Hanno vinto i Giants contro i Patriots che dire favoriti era poco”. E ancora un po’ di Kennedy, l’ultimo comizio di Berlinguer, Ambrosoli l’”eroe borghese”, Sacco e Vanzetti e Ingrid Betancourt.
La pagina di Repubblica era la perfetta quinta grafica di questa rappresentazione: in alto a sinistra, in un riquadro grigio spiccava in splendida solitudine il simbolo del Pd e sotto la breve dicitura: “Il Pd correrà da solo. L’intenzione è di realizzare eventuali alleanze unicamente con forze che sottoscrivano il suo programma". Subito a lato, l’orrida ammucchiata della destra: 14 simboli allineati alla rinfusa, dal partito dei pensionati al movimento per l’autonomia. La scritta sotto ammonisce:  “La coalizione di centrodestra sarà in campo per la quinta volta dopo ’94,’96, 2001, 2006. Candidato premier ancora Berlusconi. Ai quattro alleati storici si aggiungerà una lista di formazioni minori che al momento porta a 14 il totale dei membri dell’alleanza”.  Vecchi (“desueti” come appena più sotto diceva Vetroni), eterogenei e col solito Berlusconi a farla da padrone: così l’apparentemente neutra didascalia parla del centro-destra al voto.
Questa narrazione ossessiva della campagna elettorale che Veltroni e il suo staff cercheranno in ogni modo di  far prevalere è ovviamente farsesca.
Non c’è infatti un Partito Democratico che “corre da solo” contro ogni  convenienza ma per il “bene del paese” e un centro-destra che si ammucchia per la voglia si stravincere e mettere le mani sul paese.
I sondaggi sulle intenzioni di voto, i calcoli di Mannheimer, tutto mostra che il Pd ha assoluta convenienza nel presentarsi da solo: è l’unico modo per dispiegare tutte le potenzialità della lunga e faticosa fusione tra Ds e Margherita. Se non per vincere è certamente un modo per ridurre i danni di un appuntamento elettorale che si svolge all’indomani della catastrofe del centro-sinistra e del governo Prodi, e per riselezionare un partito che ora risponde al segretario solo obtorto collo. Nella realtà infatti Veltroni non è Obama, che regala sogni e speranze agli americani depressi dell’era Bush. Nella corsa veltroniana non c’è rottura ma continuità con la sostanza dell’esperienza prodiana e certo non basta non ricandidare il professore per farlo dimenticare.
Così come il breve lasso di tempo in cui si è svolto il tentativo fallito di Marini per trovare un accordo sulla legge elettorale non può far dimenticare i due mesi precedenti, quando Berlusconi  - anche nella diffidenza degli alleati – ha cercato seriamente una soluzione condivisa. E i “no”, durante quei due mesi, sono arrivati da ogni parte: da D’Alema a Mastella, passando per Bertinotti e compagnia sinistra.
Quanto all’ammucchiata dei simboli a destra contro il solitario Pd a sinistra, le cose si giudicheranno al momento della presentazione delle liste. Serve però notare che Berlusconi questa volta non ha bisogno di imbarcare chiunque per conquistare un premio di maggioranza in bilico. Con la legge attuale basta vincere con un voto in più per ottenere il 55 per cento dei seggi alla Camera. E  oggi ci sono sondaggi che danno il centro-destra anche al di là di quella soglia. Per lo stesso motivo Veltroni sa che, solo o in comitiva, questa volta e con ogni probabilità il premio di maggioranza è destinato a sfuggire alla sua parte. Per questo tanto vale rafforzare il Pd, piuttosto che diluire il marchio in una sfida persa.
Tutto questo non serve a dire che il doppio spartito veltroniano non avrà presa sull’elettorato. Tutt’altro: Walter ha tutti i numeri e tutti i sostegni per rendere credibile la sua interpretazione. Sta al centro-destra, ai modi e ai contenuti con cui si presenterà questa volta agli elettori, buttare giù le quinte in cartapesta di questo spettacolo.
L'Occidentale
Ho visto ieri sera un pezzo di Matrix, con Walter unico ospite e la sua strategia elettorale é esattamente come quella descritta nell'articolo.
Buona, per chi non segue la politica.
Non so come finirà in Italia, di sicuro Obama non diventerà presidente d'America...quindi Walter farà meglio a cambiare cavallo di battaglia...
Detto questo, meglio lui che il ciarpame comuniosta, buono solo a seminare odio.
Orpheus

Pubblicato il 7/2/2008 alle 18.54 nella rubrica Elezioni.

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