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Silvio Bonaparte

 


È populista. Plebiscitario. Sono queste, le sferzanti accuse che i critici e i dissenzienti - nel centrodestra e nel centrosinistra - riservano a Silvio Bonaparte. Contraddice la logica politica, stride con la forma che essa richiede, dicono. Gli contestano di essere un cortocircuito temibile, minaccia costante a chi è convinto che la politica passi solo per assise e congressi, trattative estenuanti e sfibranti mediazioni. Quella di Silvio non è politica, è demagogia, concludono i censori. Hanno ragione? No. La maniera più immediata per dimostrarlo sarebbe di prenderla a ridere. Perché quel che la politica italiana non ha mai perdonato a Silvio è esattamente il fatto di aver risposto meglio di chiunque altro a quella svolta - quella sì - autenticamente populista e a senso unico rappresentata da Mani Pulite, Tangentopoli, e dalla tonitruanti esternazioni della Procura di Milano. Quello sì era populismo: mandò a casa un'intera classe dirigente repubblicana e fece sparire partiti e simboli storici in nome dell'enfasi del "nuovo", e della presunta estraneità a tangenti e malversazioni. Estraneità a senso unico, visto che il Pci e la sua prosecuzione testamentaria vennero salvati. Il maggioritario non si sarebbe affermato, senza Mani Pulite. Non sarebbe bastata la Lega da sola. E il problema è che Silvio ha incarnato meglio di tutti, da 14 anni a questa parte, la forte carica di leaderismo carismatico che l'abbozzo incompiuto di maggioritario italiano affermò sulla scena italiana. Da allora, nessun altro leader del centrosinistra e del centrodestra, si è mai sognato di poter vantare la presa elettorale e di consenso di Berlusconi. Ma è stato lui a imprimere la svolta carismatica e personalistica alla politica italiana? Neanche per idea. Era questo anzi a non piacergli, nell'estate del 1993 quando esaminava il da farsi. Ricercò politici moderatamente innovatori ma tradizionali, come Mario Segni, ai quali affidare il proprio sostegno. Tutto era, tranne un colonnello intemperante del potere come Peròn o un capitano come Chavez, il Berlusconi di allora. Dicono i critici che Silvio è cambiato cammin politico facendo. Che il suo essere gigione, la sua natura protesa a farsi amare da tutti a qualunque costo, il gusto per le battute e per i colpi di scena, il decisionismo aziendalista, tutto ciò lo renda una sorta di populista forse persino suo malgrado, in servizio permanente effettivo sotto i panni dell'ex statista che in Consiglio dei ministri ha mediato dando sempre retta all'equilibrista Gianni Letta, più che al Mangiafuoco dei colpi di testa Giuliano Ferrara. Una specie di somma tra un Nerone autocratico che ai Seneca non dà retta e alla fine li suicida, un Papa che si crede Re, un profeta che si scambia per Dio. Più, naturalmente, un impresario televisivo che scambia la scatola a colori per la Boulé dell'Atene classica. Eppure, fateci caso. Silvio ieri ha confermato che dal maggioritario carismatico e bipolare lui fa un passo indietro. Se malgrado 13 anni di maggioritario le coalizioni restano eterogenee fino all'impossibilità di governare - come si è visto sotto la destra come sotto la sinistra - tanto vale abbracciare un proporzionale corretto da soglie ma con ciascuno che corra per il proprio programma e con alleati più coesi. È l'esatto contrario del principio carismatico e plebiscitario. Quanto all'appello direttamente ai cittadini per iscriversi al nuovo Partito della Libertà, anche qui cerchiamo di intenderci. Rispetto alla regola costituzionale per la quale i partiti sono libere associazioni attraverso le quali i cittadini concorrono a determinare la politica nazionale, il meccanismo scelto da Silvio è meno rispettoso di quello che ha presieduto alla nascita del Pd, con la designazione a tavolino di un leader da parte di un'oligarchia, e la spartizione matematica tra le due nomenklature dei Ds e della Margherita delle leadership e delle composizioni dei nuovi organi costituenti? No. È la nascita del Pd a peccare di oligarchismo, visto che non sono stati certo i votanti delle primarie a determinare l'indicazione di Veltroni e i candidati alle segreterie regionali. Quanto a populismo, se un difetto storico noi sparuti liberisti imputiamo a Silvio, è proprio di non essersi mai fatto davvero un Pierre Poujade, il cartolaio di Saint-Cére che nel 1953 scosse la Francia dalle fondamenta contro le tasse. Eh no, cari dissenzienti, il populismo vero è di chi promette a destra e manca pur di tenersi avvinghiato al potere, e da questo punto di vista esso abita a palazzo Chigi, con Prodi. I 2,3 miliardi di spesa pubblica aggiuntiva che si sono sommati alla Finanziaria in Senato, pur di far contenti tutti da Lamberto Dini a Franco Giordano, ne sono la più plateale conferma. A dar fastidio, di Silvio, è il consenso di cui gode nel popolo, necessario lievito per fare del partito delle Libertà l'equivalente dell'Ump francese. A risultare insopportabile è la sua capacità di parlare direttamente agli italiani. Come Bonaparte ai suoi grognards, aggirando la mediazione di maggiori e colonnelli. Troppa letteratura? Ma senza miti letterari la democrazia non vive. Né Pericle né Alcibiade erano uomini privi di ambizioni. La loro forza era saper parlare al cuore e al portafoglio dei concittadini. E li accusavano per questo di populismo, appunto. Esattamente come gli oligarchi senatori di Roma facevano coi Gracchi. Dare all'avversario del populista, di solito, è un'ammissione della propria minor capacità di aver consenso.
Libero-Oscar Giannino
Orpheus

Pubblicato il 20/11/2007 alle 22.44 nella rubrica PDL.

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