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D'Elia, gli stupri e la rivoluzione


C'è una signora che ha deciso di raccontare una storia di trent'anni fa. Si chiama Giuliana Paladini, quando di anni ne aveva 13 viveva nella Firenze degli autonomi e di Prima Linea. Non aveva più i genitori, entrambi erano morti, e lei non ci aveva speso troppe lacrime visto che il padre l'aveva violentata per anni senza che la madre avesse il coraggio di impedirglielo. 
Di lei si occupava una tutrice nominata dal Giudice Tutelare e il fratello di 19 anni, dunque maggiorenne, che trascorreva il suo tempo a rubacchiare qui e là per raggranellare un po' di soldi per i suoi amici di Prima Linea. Giuliana andò a vivere a casa sua. Lì conobbe un amico del fratello. Aveva 27 anni, lei 13, una sera che era malata si infilò nel suo letto e la violentò. 'Si chiamava Giancarlo Menicalli. Alla fine disse che ero stata io a volerlo. La cosa continuò, senza che la tutrice dicesse nulla, anche se sapeva che ci vedevamo. Una sera entrò mio fratello, mi vide a letto con il suo amico. Ci guardò, poi disse: Giancarlo hai da prestarmi dei soldi per la cena?' E Giancarlo gli dette 5 mila lire.
Mio fratello mi ha venduta per 5 mila lire'. 
Dopo un anno e mezzo Giuliana fu chiusa in collegio.

Oggi Giuliana è una donna che è riuscita a trovare un lavoro che le piace, a creare una famiglia, ha un bel marito, due splendidi figli. Da qualche anno ha capito di dover affrontare il suo passato e ora si è decisa a raccontare tutto. Ha scritto due lettere. Una a Mario Calabresi, il figlio del commissario ammazzato da Lotta Continua, l'altra al Sap, il sindacato di Polizia.
"Perché voglio che sappiano chi erano quelli che ancora oggi raccontano di aver fatto degli sbagli perchè volevano fare la rivoluzione. Erano soltanto dei violenti, che si nascondevano dietro un'ideologia. E oggi noi vittime della loro violenza ancora una volta siamo gli unici a non avere alcun diritto se non il diritto alla Vergogna"
Ed ecco ora che cosa c'entra Sergio D'Elia che in quegli anni frequentava lo stesso ambiente del fratello di Giuliana e di Giancarlo, Prima Linea.
"Probabilmente l'ho anche incontrato qualche volta, anche se non lo ricordo - racconta Giuliana - Ora però lui che ha partecipato all'uccisione di un agente si è ricostruito una vita, è persino entrato nelle istituzioni come segretario d'aula alla Camera. E mio figlio, che è un ragazzino che non ha commesso nulla e sogna solo di diventare poliziotto, probabilmente non potrà farlo perché mio fratello è stato condannato per atti di terrorismo. E' giustizia questa?" 
Giuliana ha deciso di lottare per le donne vittime di violenza e fa parte dell'associazione
'Nessuno voti Caino' fondata dai familiari delle vittime del terrorismo.
Flavia Amabile-La Stampa
La discriminazione delle vittime del terrorismo rosso é una delle attività preferite dalla sinistra moralmente superiore e così "nobile e generosa". Al punto che nemmeno la morte violenta e ingiusta di un innocente ferma questi "profanatori di tombe". Dopo anni e anni tornano alla carica spargendo nefandezze e beffandosi di chi hanno contribuito ad ammazzare, Non é bastato togliere la vita a quegli innocenti, vittime di campagne d'odio scatenate dalla sinistra, anche dopo morti, seguitano ad ucciderne la memoria.
Dal 31 ottobre, a Milano va in scena  "Morte accidentale di un anarchico" di Dario Fo, 
datata 1970, dove si continua propagare, la menzogna che é costata la vita al Commissario Luigi Calabresi. Lo spettacolo ha procurato a Fo 40 processi, ma lu non demorde, vigliaccamente attacca chi NON può difendersi e lo deride: il commissario Definestra detto anche Cavalcioni, insomma Calabresi, ha spinto con le sue mani l'anarchico Pinelli, dopo averlo colpito con mosse da karate. Tutto lo spettacolo è una farsa giocata intorno a questa "certezza" nata dalla menzogna. 
Questi sono i moralmente superiori, non hanno rispetto nemmeno delle loro vittime.
Orpheus

Pubblicato il 9/11/2007 alle 19.24 nella rubrica Vittime del terrorismo.

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