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Rivoluzione d'ottobre: un finale miserevole

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Rivoluzione d'ottobre: questa volta, nell'anniversario, la Rai ha mandato in onda da un suo Tg2 un breve commento-documento che cercava di ripristinare una verità accuratamente mascherata e falsificata negli ultimi 90 anni. La rivoluzione sovietica come colpo di Stato gestito da una minoranza di rivoluzionari di professione a danno di un governo avviato verso la democrazia: quello di Kerenskij. Ancora non avevamo cessato di stupirci e di commentare favorevolmente, quando la canea dei falsificatori di professione si è levata dal parlamento e dai circoli "democratici" di tutta Italia.
Nella rincorsa allo sdegno eccellono naturalmente coloro che – coerentemente – si definiscono comunisti e che ancora dopo quasi un secolo non hanno capito nulla. È notevole la pochezza dei loro argomenti, lo schematismo e spesso la falsità delle loro conoscenze storiche, la superficialità spocchiosa delle loro valutazioni. Ma non credo che alcuno si aspettasse di più da un Diliberto, da un Rizzo, da un Mantovani. E nemmeno da chi – come storico professionale – accetta di prenderli sul serio e con somma prudenza assiste allo show vagamente "riparatorio" messo su da la7 e inserisce timide correzioni accademiche quando occorrerebbe lavorare di spada a due mani.
Ciò che più dovrebbe colpire, in effetti, è la posizione di quello che un tempo si chiamava "organo ufficiale del Pci": dell'Unità, insomma, che non siamo in grado di dire se sia ora l'organo ufficiale del nascente Partito Democratico, ma che almeno con gli ex comunisti dovrebbe avere ancora molto a che fare. Ebbene, l'Unità ha pubblicato in questi giorni – io l'ho letto in
rete– un documento che la dice lunga su come il gruppo dirigente intende traghettare i lettori del vecchio e un po' spompato giornale verso i lidi lontani della democrazia. Sembrerebbe ormai auspicabile una storia della Rivoluzione d'ottobre "ripensata" e rivista dopo che le censure, le mezze verità, le palesi falsificazioni diffuse con la regia di generazioni di falsificatori del regime sovietico non hanno più ragion d'essere: tanto più che sono pochi i militanti passati al Pd che non neghino, mostrando un coraggio leonino – di essere mai stati comunisti, o che non abbiano fatto una cauta autocritica riconoscendo a denti stretti cose ovvie per i più da vari decenni.
Ma il problema non sta questa volta nel gruppo dirigente, sta nella base, che per decenni ha letto testi e udito verità desunte direttamente dalla vulgata della storia così come la propalarono i libri di testo sovietici, i film, i manuali per stranieri, giù giù fino certi intellettuali nostrani che seppero eroicamente rinunciare ad ogni dignità scientifica per far opera missionaria.
Un bel problema. Ed ecco come lo risolve l'Unità, quella che per decenni fece pensare a molti che la cultura uscisse tutta dalle sua pagine e da quelle di Rinascita: copiando pari pari o riassumendo in modo sommario e scolastico (da scuola dell'obbligo) un 
sito sulla Rivoluzione d'ottobre, tratto probabilmente – visti i giri idiomatici e i tipici accorgimenti mimetici, da un manuale sovietico. Vi si dice molto, e non vi si dice nulla. Ad esempio, si parla del famoso «vagone piombato» con cui Lenin arrivò in Russia, ma non si dice chi ce lo aveva mandato finanziandolo: la Germania in guerra, nel tentativo, riuscito di togliere dal gioco un avversario. Si accenna alle sue origini, ad un suo fratello mandato a morte dal regime zarista, ma non si spiega che era un populista, e che anche Lenin aveva trascorsi populisti – visto che egli fece successivamente di questi ultimi i suoi nemici giurati. Si parla della sua battaglia contro gli "economicisti", ma non si spiega che cosa avrebbero voluto questi rivoluzionari più ragionevoli – lotte sindacali e conquiste economiche. E la sua vita, in questo riassuntino, si ferma proprio quando, pervenuto al potere assoluto nell'Unione Sovietica, Lenin costruisce le premesse e la cultura dalla quale sarebbe poi uscito Stalin: del quale peraltro non si fa cenno. Del resto, anche per Trotsky, il solito pudore dell'ufficialità sovietica prevale sull'evidenza storica: Mercader, colui che lo assassinò, sarebbe stato solo un «probabile» agente di Stalin.
Ma questo florilegio di mezze verità condite da falsificazioni sostanziali è intercalato da frasi poetiche ed aeree in cui i due più famosi e truci responsabili del disastro dell'Ottobre, Lenin e Trotsky, vagheggiano paradisi, giustizia e bellezza sulla terra, passando sopra alle terribili ingiustizie, alle persecuzioni, agli orrori, al sangue che spesso per loro ordine diretto scorreva nelle città e nei villaggi in quegli anni. Di quel terribile e gelido fanatico che fu Trotsky vien riportato: «...Questa fede nell'uomo e nel suo futuro mi dà, persino ora, una tale forza di resistenza che nessuna religione potrebbe mai darmi... Posso vedere la verde striscia d'erba oltre la finestra e il cielo limpido azzurro oltre il muro, e la luce del sole dappertutto. La vita è bella. Posano le generazioni future liberarla di ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore».
La diplomazia internazionale già in quegli ultimi mesi del 1917 vede e commenta orrori e follie, sempre più sgomenta: ma il nostro opuscolo liquida le relazioni diplomatiche inviate alle capitali straniere come prove evidenti di incomprensione del grande momento storico che si andava consumando. Quella che aveva capito tutto, come poi ben si vide, è per gli autori del nostro opuscolo quel giornalista americano, John Reed, morto a Mosca nel '20 e due volte fortunato: perché troppo prevenuto e accecato dall'ideologia per vedere quello che era già accaduto nei primi tre anni della rivoluzione bolscevica, e deceduto in tempo per non vederne il seguito.
Ma non mancano neppure il cinema – come fare a meno di Eizenstejn? – e l'arte in generale. Anzi, di artisti si fa un lungo elenco, dimenticando che quelli che vi sono compresi finirono ammazzati, divorati dalla rivoluzione.
Insomma, un gran bel lavoro di taglia e incolla che non turberà troppo lo zoccolo duro comunista.
Ma ci sarà comunque qualche ipocrita volonteroso che griderà al grande rinnovamento in corso.
Insomma, una povera cosa meschina e senza sostanza, per giunta sconclusionata e fatta coi piedi: un lavoro meschino che in fondo contrasta penosamente con i bagliori di tragica grandiosità che hanno accompagnato una delle massime e più sanguinose illusioni del XX secolo. Chissà se Veltroni, che non è mai stato comunista, ne è l'ispiratore. In fondo, quello che ne emerge è un mondo alla camomilla nel quale annegare dolcemente, proprio come lui sembra desiderare per tutti noi. Intanto, Bertinotti avvia un carteggio con una suora.
Da Legnostorto

Pubblicato il 5/11/2007 alle 22.1 nella rubrica l'Asinistra.

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