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Sono italiane le aziende più tassate del mondo: peggio dell'Italia solo la Cina

 


Ancora una volta Palazzo Koch sollecita il Governo ad una più oculata politica fiscale. Bankitalia, infatti, non ha perso l’occasione di lamentare il fardello della morsa tributaria che continua ad attanagliare il nostro Paese secondo un preoccupante e continuo trend di crescita. La fredda oggettività dei dati appare oggi spietata. L’Istat ha comunicato che nel secondo trimestre del 2007 sono aumentate sia le imposte dirette (+4,4%) sia quelle indirette (+4,5%), mentre dai dati pubblicati giorni fa dal World Economic Outlook apprendiamo che il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le stime di crescita dell’Italia, ha emesso un giudizio negativo sull’utilizzo del cosiddetto ’tesoretto’, ed ha segnalato il rallentamento del passo sul fronte del risanamento dei conti pubblici nonostante il buon andamento delle entrate.
L’Ocse, da parte sua, ha rilevato che l’aumento della pressione fiscale è stato in Italia il maggiore tra i 14 paesi presi in esame dalla stessa Organizzazione. In più, tanto per completare il quadro già di per sè desolante, la World Bank, un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite, ci ha fatto sapere che per tasso totale caricato sui profitti aziendali, l’Italia ha il triste e poco invidiabile primato di rientrare nella fascia delle economie più gravate di peso fiscale, con il 76%, di gran lunga superiore a Germania (57,1%), Grecia (60,2%), Austria (56,1%), Spagna (59,1%), Gran Bretagna (35,4%) e Olanda (48,1%). Per non parlare della Svizzera (24,9%), dell’Irlanda (25,8%), della Danimarca (31,5%) o della Croazia (37,1%). Nel mondo, soltanto la Cina pare sia messa peggio di noi con il 77,1%.
Il governo Prodi conferma l'immagine di vorace sanguisuga, che alcuni suoi esponenti riescono ad incarnare in maniera davvero mirabile. L’opinione pubblica, infatti, assiste sempre più perplessa allo spettacolo che va dalla opinabile mistica estetica del ministro Padoa-Schioppa, al volto arcigno di Visco che persino quando sorride ricorda il Galgenhumor, l’umorismo patibolare tedesco. Ma al di là dei tratti antropologici, il vero limite del governo risiede probabilmente nella mancanza di una chiara direzione di guida. Né tale si può considerare il cosiddetto programma, quel compendio enciclopedico di proposizioni volutamente ambigue in cui si disquisisce de omnibus rebus mundi et quibusdam aliis.
Le circa mille parole dedicate al tema tributario sotto il roboante titolo “Un fisco più equo per la redistribuzione, la lotta all’evasione e la riduzione del costo del lavoro”, (hanno anche il senso dell'humor N.diO.)
non rendono davvero chiare le promesse del governo, sono per lo più frutto di evidenti compromessi pasticciati o peggio si possono ben iscrivere nelle sublimi alchimie di una politica fatta di parole gonfie e vuote. Poche, chiare ed univoche disposizioni sarebbero state sufficienti. Tra le altre, ad esempio, in primis il riconoscimento dell’opportunità di introdurre la cosiddetta “flat tax”, l’imposta ad aliquota unica del 20% o del 25%, come in Austria. È stato peraltro calcolato che una simile rivoluzione fiscale sarebbe possibile riducendo la spesa pubblica anche solo dello 0,4% ogni anno, e considerando che il nostro Paese spende il 51% del Pil, sarebbe davvero sufficiente un ritocco minimo di circa mezzo punto. Due, il riconoscimento di una politica fiscale basata sul quoziente familiare anziché sugli individui, nella considerazione che la ricchezza non può essere solo “verticale” ma deve tener presente la composizione del nucleo familiare. 
Solo così, infatti, si può parlare di equità orizzontale, di investimento sulle nuove generazioni e di applicazione del principio di sussidiarietà che individua la famiglia come primo soggetto che merita di essere riconosciuto e sostenuto. Tre il riconoscimento della necessità di un nuovo “patto fiscale” con le imprese a partire dalla semplificazione del sistema e dalla certezza normativa (non sarebbe male, ad esempio, eliminare il doppio binario fra bilancio civilistico e quello fiscale), e cominciando a riconoscere il fatto che la riduzione del carico tributario possa davvero rappresentare lo strumento più efficace per restituire competitività al cosiddetto “sistema-Italia”.
Riassunto da Opinioni.it
Ovviamente di queste "bazzecole" nessuno ne parla. I commenti sui dati e rilevazioni dell'Ocse, Bankitalia, l'Istat ecct, che ai tempi del precedente governo erano litanie giornaliere, sono spariti. I continui richiami da parte della Ue, idem.
Tg e giornali straboccano della guerra fra Di Pietro e Mastella, o della nascita del nuovo 'pidì'...come se a gli italiani importasse qualcosa.
Orpheus

Pubblicato il 30/10/2007 alle 18.55 nella rubrica EVIDENZA: immigrazione.

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