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Hina, cronaca annunciata di un processo senza giustizia, perché anche in Italia vige l’integralismo islamico


Vi chiederete perché non abbia mai dimenticato Hina Saleem, perché appena posso ne scrivo, perché metto sempre fotografie in cui appare lei, bella, dolce e piena di vita.
Lo faccio perché mi sento in colpa. Come dovrebbe sentirsi ogni italiano.
Hina venendo nel nostro paese ha creduto di potersi liberare dal giogo dell’integralismo religioso, che per una giovane musulmana è una condanna a vita e spesso, come nel suo caso, a morte.
Ha creduto che la nostra democrazia, la nostra tanto pretesa laicità (quando si tratta della Chiesa), le nostre leggi l’avrebbero difesa dalla legge del suo paese, la sharia.
Una legge, che a quanto pare, vige anche da noi, in quelle chiuse comunità di musulmani, presenti nelle nostre città e paesi, dove le donne, sono fantasmi, confinate entro le mura domestiche.
Quante musulmane conoscete, nella vostra vita di ogni giorno, vestite come noi, che lavorano, che girano, anche semplicemente per le strade, da sole? Quante ne avete mai viste in un bar, in un cinema, in un ristorante per una cena fra amiche? Nessuna.
Perché credete succeda questo? Perché loro amano vivere da recluse entro le mura domestiche? Perché amano mortificare il loro corpo in camicioni informi? Perché sono entusiaste di dipendere anche per un solo euro dal marito-padrone? Perché non desiderano, come noi, andare da un parrucchiere, in una profumeria, ridere, scherzare, chiacchierare, mettersi i tacchi, un maglione aderente, un filo di rossetto? Sono donne, benedetto Iddio, non manichini senza vita!
Guardate i loro visi. Le bocche tirate, lo sguardo basso, gli occhi spenti, mai e poi mai un sorriso, un barlume di allegria. E di che cosa potrebbero mai gioire quando loro vita è un ergastolo? Vivono meglio i nostri detenuti nelle carceri, che non quelle donne a casa loro.
Ciò nonostante, e malgrado la nostra pretesa laicità, ci siamo piegati all’integralismo religioso, lasciamo che i musulmani, continuino nel nostro paese, a sottomettere le loro donne, perché questi sono i “loro usi e costumi”, e quando una ragazza ingenua, forte e coraggiosa come Hina si ribella, agli “usi e costumi” PAGA con la vita.
Un esempio per le altre: colpisci una, per educarne cento. Adesso state pur certi che nelle comunità pakistane, arabe, marocchine ecct. le ragazze si dichiareranno ben felici di portare il velo e vivere da schiave. Come biasimarle?
Il processo di Hina potrebbe a questo punto, essere una grande opportunità, per mettere sotto accusa le violazione dei diritti umani che si consumano nel nostro paese (sapete che c’è chi fa infibulare le loro figlie? Abbiamo anche questo triste primato, tra le 20 e le 30 mila donne immigrate hanno subito una mutilazione genitale in Italia) e invece si è già trasformato nella solita “brodaglia” multi-culti correct. Il movente è diventato l’onore, la giustificazione è bella e pronta su un piatto “anche in Sicilia, succedevano queste cose”, (d’altronde il ministro Amato, ha inventato una tradizione nuova di zecca, per non demonizzare troppo gli integralisti musulmani, quella “siculo-pakistana”).
Il processo si svolgerà a porte chiuse, non sia mai che un po’ di pubblicità sui media, getti discredito sugli “usi e costumi” pakistani, l’Acmid, l’Associazione Comunità Marocchina delle Donne in Italia, non ha potuto costituirsi parte civile e uno dei carneficiè già stato liberato, perchè "solamente" colpevole di aver occultato il corpo di Hina, dopo il massacro. 
Hina prima di morire è stata brutalizzata dalla sua famiglia PER MESI, con l’intento di trasformarla in una buona musulmana, la sua “macellazione halal” non è stato un fulmine a ciel sereno, le nostre istituzioni non sono state capaci di proteggerla e adesso gli negheranno giustizia.
E ‘ morta invano, il suo sacrificio non servirà a salvare altre giovani schiave nel nostro paese, così laico, così’ democratico.
Orpheus

Pubblicato il 27/10/2007 alle 12.14 nella rubrica Islam.

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