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Combattere il terrorismo islamista

  

Sono arrivati all’una di notte, armati di asce, coltelli e mitra. Hanno corso oltre la periferia di Algeri, verso Rais, un villaggio di appena mille abitanti, e a sud, verso Sidi Moussa. Hanno buttato giù le porte, trucidando nel sonno vecchi, donne e bambini. Gente sgozzata, uccisa a mitragliate, fatta a pezzi con le asce. Donne violentate. Bambini squartati sotto gli occhi delle madri. Hanno fatto esplodere alcune case, gli abitanti richiusi dentro sono arsi vivi. Prima di andarsene, i terroristi del Gia algerino hanno piantato le teste decapitate delle vittime davanti all’entrata delle abitazioni. Se ne sono andati trascinandosi dietro venti ragazze giovanissime.
E’ una delle tante anonime stragi algerine raccontate dallo scrittore musulmano Mohamed Sifaoui, l’autore del nuovo pamphlet “Combattre le terrorisme islamiste” (Grasset edizioni) e il più celebre dissidente algerino riparato in Francia.
Una bomba ad Algeri, da cui Sifaoui è scampato per miracolo, nel 1996 gli ha portato via numerosi amici, uccidendo una trentina di passanti.
Sifaoui, che figura in cima alla blacklist del Gia algerino, ha vissuto da infiltrato per oltre tre mesi in una cellula francese di al Qaida, ne ha tratto un libro sconvolgente, “Mes ‘frères’ assassins”. Ha denunciato in un clamoroso documentario televisivo la propaganda occulta dell’islamista svizzero Tariq Ramadan.
Sifaoui ha visto la sua foto e il suo nome accanto alla scritta “le mourtad”, l’apostata, su molti siti Internet islamisti. “Non potrai ritardare la tua ora”, diceva la sentenza di morte. Ne ha ricevute tante e le condanne non hanno nulla di virtuale.
La protezione intorno a Sifaoui è diventata infatti totale a partire dal 2003 e si è intensificata dopo che ha scritto per la rivista sartriana “Les temps modernes”, diretta dal regista Claude Lanzmann, un editoriale in difesa di Robert Redeker, il professore di filosofia costretto a vivere nell’oscurità per un articolo apparso sul Figaro.
In quest’intervista al Foglio, Sifaoui racconta la sua vicenda e spiega perché, lui che ci tiene a definirsi “musulmano democratico”, ha deciso di difendere Redeker, che un anno fa esatto entrava in clandestinità. Sifaoui è l’unico scrittore musulmano a figurare nella nuova raccolta che Patrick Gaubert ha pubblicato sotto il titolo “Combattre l’obscurantisme”, la prima antologia di articoli in difesa del filosofo, assieme a Lanzmann, Pascal Bruckner, Bernard Henri- Levi e Alain Finkielkraut.
“Gli islamisti mi minacciano da una ventina di anni” ci spiega Sifaoui. “Mi hanno perseguitato in Algeria, hanno tentato di assassinarmi. Hanno ucciso di modo selvaggio e barbaro un centinaio di giornalisti e di intellettuali algerini durante questi ultimi quindici anni, molti erano anche miei amici. In Francia ricevo regolarmente minacce di morte e vivo dal 2003 sotto la protezione della gendarmeria. E’ una situazione che faccio mia e non voglio presentarmi come una vittima.
Sono musulmano, democratico e laico che pensa che la resistenza all’islamismo sia un atteggiamento civico e che il rifiuto del terrorismo sia un dovere. Il mio ‘peccato’ è il peccato delle donne e degli uomini liberi che consiste nel rifiutare l’oscurantismo e preferirgli la luce”.
Sifaoui ha trascorso una vita a guardarsi le spalle.
“Quando si difendono principi o convinzioni ci si rifiuta di metterli su una bilancia. Come ho già detto, rifiuto di presentarmi come una vittima. Oggi siamo tutti in pericolo. Anche coloro che rifiutano di opporsi al terrorismo islamista non sono al riparo da un’azione terroristica.
Lo abbiamo visto tanto in occasione degli attentati dell’11 settembre che in quelli di Madrid e Londra, il terrorismo islamista ci riguarda tutti indipendentemente dalle nostre convinzioni, le nostre origini, la nostra religione, il terrorismo islamista è il nuovo fascismo che si abbevera del sangue degli innocenti e tenta di imporsi con il terrore che vuole instaurare sugli spiriti. La migliore risposta da opporre a questo fenomeno consiste nel rifiutare di cedere al terrore”.
Robert Redeker è ormai un simbolo di questa resistenza.
“L’affare Redeker mi ispira due reazioni. La prima è che l’islamismo è una minaccia reale per la libertà d’espressione. La seconda è che le società e i dirigenti occidentali danno prova molto spesso di una codardia straordinaria. Dobbiamo tutti ribadire in modo chiaro e limpido che non possiamo mercanteggiare i valori legati alla democrazia, ai diritti dell’uomo e alla libertà cedendo sui valori universali. Penso che non abbiamo troppo spesso il coraggio di inviare messaggi chiari ai fondamentalisti”.
Redeker ha vissuto per settimane al buio in casa, è stata come una notte della libertà.
“Ho immediatamente comunicato a Redeker che lo sostenevo senza riserve. Ero tenuto a testimoniargli la mia totale solidarietà. Ciò mi ha del resto valso minacce di morte. Il sostegno degli intellettuali francesi non è stato franco, come per le autorità. E’ passato del tempo perchè tutti comprendessero la sfida di una situazione simile.
Una persona minacciata non deve sentirsi sola e isolata, deve contare su un sostegno senza eccezioni da parte di tutti quelli che si riconoscono nei valori democratici. Ho uno solo rimprovero a Redeker: non doveva nascondersi. Sono i criminali e i terroristi che devono vivere nella clandestinità. Ai terroristi occorre rispondere chiaramente, come ho già precisato, noi rifiutiamo di sottoporci ai loro diktat e di cedere dinanzi alle loro minacce”.
Sifaoui spiega che l’11 settembre ha decretato l’inizio di una “guerra dei cent’anni” di musulmani contro musulmani.
“Occorre sapere prima di qualsiasi cosa che i musulmani sono storicamente e statisticamente, le prime vittime del terrorismo islamista. E’ stato il caso in Algeria o in Egitto ma anche in Giordania e in Marocco e in Iraq, da Grozny a Madrid. E’ il motivo per cui occorre che l’occidente conduca la guerra contro il terrorismo islamista al fianco dei musulmani democratici.
Lo dico e lo ripeto già da molti anni, il terrorismo utilizzato dal Hamas, quello utilizzato dagli algerini salafiti, di al Qaida o degli iracheni islamisti o della ‘legione araba’ che imperversa in Cecenia è identico, si nutre della stessa ideologia: il salafismo, una dottrina oscurantista propagata dalla confraternita dei Fratelli musulmani e dai wahabiti sauditi. E’ quest’ideologia estremista, retrograda e fascista che occorre combattere”.
Dalle vignette danesi a Redeker, la libertà di parola è duramente minacciata in Europa.
“Queste vicende hanno mostrato in particolare l’incapacità degli europei di difendere i loro principi. Non è l’islam che rappresenta un pericolo, ma i fondamentalisti. Bisogna essere allo stesso tempo chiari e giusti. Chiaramente ricordando a tutti che la libertà d’espressione non sarà mai al centro di un mercantaggio. Non è possibile trovare un compromesso di sorta con i fanatici.
Un cineasta assassinato, vignettisti danesi fisicamente minacciati, un professore di filosofia costretto a vivere nella clandestinità: non sono più minacce che si moltiplicano e si aggiungono le une alle altre, ma molti atti di terrore che l’islamismo fa incombere sul mondo libero.
Il terrore fa già parte del quotidiano del mondo musulmano in Iran, in Afghanistan, in Nigeria, in Sudan, nella Somalia dei tribunali islamici. Senza dimenticare l’orrore dell’Arabia Saudita e di molte altre regioni sotto leggi religiose di un altro tempo.Senza dimenticare, soprattutto, l’Algeria dove il ‘Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento’, che ha giurato fedeltà a Al Qaida, prosegue i suoi omicidi terroristici.
Vero laboratorio di sperimentazione nella strategia di riconquista dell’islamismo politico, l’Algeria ha pagato un omaggio pesante di sangue per la sua resistenza al fascismo islamista. L’islamismo è una cancrena del mondo musulmano. Usa omicidi politici come Sadat, il terrore collettivo come i massacri di interi villaggi in Algeria e gesti isolati come Theo van Gogh”.
In Europa personaggi come Tariq Ramadan, prosegue Sifaoui, fanno il gioco dei negazionisti della vita.
“Non vorrei evocare qui il nome di quel personaggio. Questa persona alla quale i mass media attribuiscono un’importanza è completamente trascurabile. Non sono persone come lui che ci permetteranno di avanzare nella lotta al fanatismo.
L’islamismo, come progetto di società, ha numerose maschere, di cui quella del neocomunitarismo, che nella misura in cui essenzializza le differenze, fa il paio con il razzismo, il settarismo, l’intolleranza, e sostituiscono la lotta necessaria contro le ingiustizie sociali con una lotta etnoreligiosa e razzista.
Le caste comunitariste segregano l’individuo nel giogo dell’odio degli altri. Ravvivano i vecchi demoni. Così, il comunitarismo islamista ha ridato vita all’antisemitismo nei sobborghi francesi invocando il pretesto penoso della situazione in medio oriente. Per i fanatici il conflitto israeliano-palestinese è soltanto un naso falso che giustifica tutte le violenze e copre il razzismo con la maschera religiosa.
Numerosi sono oggi coloro che rifiutano di piegarsi al totalitarismo. I teologi musulmani che invece rifiutano di esprimersi di fronte all’estremismo sono stolti e complici. Nei due casi, dobbiamo metterli di fronte alla loro responsabilità.
Osservate tuttavia che esistono barlumi di speranza. Molti imam spagnoli si sono riuniti a Madrid e hanno decretato un parere religioso che ha precisato che Osama bin Laden non era un musulmano. E’ questo tipo di atti forti e simbolici che attendiamo oggi da parte degli ulema. Gli altri, coloro che preferiscono il silenzio, devono ricevere soltanto la nostra sfiducia e il nostro disprezzo”.
Sifaoui non nasconde il suo pessimismo.
“Resto convinto che non vinceremo il terrorismo islamista se non sconfiggeremo anche il salafismo. La constatazione che faccio oggi è che le democrazie combattono il terrorismo – con i mezzi polizieschi, militari e giudiziari – ma non fanno nulla contro l’ideologia che lo nutre. Occorre battersi ideologicamente e politicamente contro questa dottrina altrimenti non si arriverà mai a un risultato.
D’altra parte, l’islam non ha bisogno di essere riformato ma di essere finalmente interpretato. Perciò, occorre una nuova generazione di teologi capace di interpretare l’islam.
Ovviamente, la resistenza in un solo paese non basta più. Tanto più l’islamismo ha definito l’occidente ‘terra di prova’, terra di conquista. In un mondo interdipendente, è ormai impossibile separare la libertà di coscienza in paesi musulmani della nozione universale di laicità, e di quella d’uguaglianza tra gli uomini e le donne. Una mobilizzazione mondiale è dunque indispensabile.
E’ il desiderio espresso, in tutto il mondo, da donne e uomini di qualsiasi origine, a cominciare dai musulmani”.
Redeker poneva una domanda fondamentale: “Di fronte alle intimidazioni islamiste, che deve fare il mondo libero?” .
“Fondamentale la domanda lo è perché la società, musulmana o occidentale, che respinge l’islamismo, e i dirigenti dei paesi musulmani o quelli dei paesi democratici non sanno sempre quale atteggiamento adottare di fronte a questo nuovo fascismo. I dirigenti europei in particolare, ma anche gli intellettuali di sinistra, si adattano facilmente al fondamentalismo musulmano. Se viene giudicato, da loro, come ‘moderato’, non c’è più nessun problema.
Quando un islamista ‘moderato’ esige da un sindaco la creazione di spiagge orarie per le donne nelle piscine, tenta di scalzare le basi della repubblica. E quando il sindaco garantisce udienza a questa richiesta si rende inevitabilmente complice di un atto ignobile contro la laicità: far passare la ‘legge di Allah’ prima di quella degli uomini.
Quando un responsabile politico sostiene un attacco in giudizio contro la libertà d’espressione, come si è verificato con la vicenda delle caricature, si rende complice contro un principio fondamentale di una democrazia: la libertà di stampa e il diritto, sì il diritto, di criticare le religioni e i dogmi, tutti le religioni e tutti i dogmi.
Perchè disegnare Gesù con un preservativo è espressione della libertà e tratteggiare Maometto con una bomba è invece ‘islamofobia’? Così, da questo punto di vista, Redeker aveva ragione di porre la sua domanda all’opinione pubblica. Ma ci diranno che non doveva ‘insultare’ il Profeta.
Dobbiamo chiedere ai musulmani in particolare i religiosi, che siano della Moschea di Parigi o dell’Uoif, di darci una spiegazione chiara, coerente e logica che ci permetta di dormire in pace e di comprendere il loro silenzio nel periodo successivo agli attentati di Londra, Madrid, New York, Sharm el Sheikh, Istanbul, Algeri, Casablanca, Bali e Djerba.
Perché sono così calmi e ‘illuminati’ quando minacciano Redeker e così rapidi a perseguire in giudizio la rivista Charlie Hebdo per un semplice colpo di matita? Perchè organizzano, o lasciano organizzarsi, delle manifestazioni per il velo e diventano improvvisamente claudicanti quando si tratta di manifestare contro la barbarie terroristica che si applica in nome dell’islam?
I ‘musulmani moderati’ o piuttosto i musulmani laici esistono. Ma esisteranno realmente soltanto quando esprimeranno la loro condanna chiara e limpida in relazione al fondamentalismo che uccide, minaccia, lapida, incalza, intimidisce, viola, saccheggia, violenta preferendo l’oscurantismo alla luce, l’arcaismo alla modernità e la morte alla vita. La resistenza all’oscurantismo non deve cessare. Non cesserà”.
In tre siti Internet francofoni Sifaoui è designato come “apostata”.
Equivale a una condanna a morte nell’ideologia islamista. Chiaramente è scritto: ‘Sifaoui non potrai ritardare la tua ora’. In un altro sito francofono: ‘Non c’è persona che non voglia darle un colpo in testa’. Questo messaggio è stato inviato il giorno dopo la mia partecipazione alla riunione organizzata a Toulouse per il sostegno al professor Redeker.
L’indagine poliziesca continua e riguarda altri messaggi nei quali i loro autori mi promettono la decapitazione per le settimane o i mesi a venire. Fanno male a credere che una minaccia possa farmi rinunciare ai miei valori o indurmi ad arretrare. L’intolleranza e l’oscurantismo, che non cessano di propagarsi, devono ricevere una risposta chiara e ferma da parte di tutti i repubblicani.
La sola arma che utilizzerò sarà quella che utilizza la giustizia: la legge. D’altra parte, se ricevo molte minacce e insulti, molti lettori, tra cui molti musulmani, mi esprimono il loro sostegno. Tengo sempre a ringraziarli vivamente.
E’ importante non occultare questa realtà triste. Terrorizzare, intimidire, minacciare, e passare all’azione quando è possibile, per far tacere le voci divergenti che contraddicono l’islamismo. Tutti i dirigenti politici che hanno cercato di addomesticare l’islamismo hanno finito per farsi addomesticare dall’islamismo. Questa verità assiomatica dovrebbe far riflettere tutti coloro che continuano a flirtare con i difensori di questo ‘fascismo verde’.
Alle vostre intimidazioni, opporremo il codice penale. Ci promettete una morte ingiusta, vi promettiamo un giudizio equo. Ci promettete l’inferno, vi promettiamo la prigione. Sarei tentato di concludere: a buon intenditore, ciao”.
Da il Foglio

Pubblicato il 11/10/2007 alle 23.16 nella rubrica Islam.

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