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Dalla parte di Hina contro la sharia in Italia

 
A prima vista sembrerebbe un fatto privato il processo, che inizia domani, per l'omicidio di Hina Saleem, la ventiduenne pakistana decapitata il 12 agosto scorso dai suoi parenti maschi perché aveva abbandonato usi e costumi islamici. Ma per le almeno 400 donne che annunciano la propria presenza nell'aula del tribunale non si tratta soltanto di una tragedia familiare. Hanno deciso di costituirsi parte civile, riunite nell'associazione Acmid-Donna, per «trasformarlo in un processosimbolo, perché in Italia non può governare la sharia», spiega la loro capofila, la deputata di Alleanza Nazionale Daniela Santanchè. Non vogliono altro che un risarcimento simbolico di un euro, che però rappresenterebbe una vittoria politica dal valore molto superiore. È tardi, a quasi un anno dal fatto di sangue che ha aperto uno squarcio sul vissuto quotidiano delle comunità islamiche. Ma mobilitandosi il tempo si può ancora recuperare, secondo le promotrici del manifesto apparso ieri su "Libero", che oltre alla firma della parlamentare comprende quella della presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, Souad Sbai e della femminista storica Anselma Dell'Olio. Se «abbiamo abbandonato a se stessa Hina Saleem quando era in vita, la mattina del 28 giugno non lasciamola sola», scrivono nell'appello, che invoca: «Basta con la violenza sulle donne!». Come primo risultato, sono riuscite a risvegliare dallo stato di coma politico perfino l'Udi, l'Unione Donne Italiane, che si pensava ormai scomparsa sotto le macerie del Muro di Berlino e invece si è rifatta viva, ieri, con una lettera di sostegno all'iniziativa. Un po' di amarezza rimane, ammette la Santanchè: «Hina doveva diventare un simbolo dell'integrazione: amava un ragazzo italiano, si vestiva all'occidentale, lavorava in Italia ed era completamente inserita. Invece non lo è diventata, è stata assolutamente abbandonata e dimenticata. Alle esequie c'ero soltanto io, non il ministro Barbara Pollastrini che aveva promesso i funerali di Stato e la costituzione di parte civile. Sono scomparsi tutti, tranne il sindaco di Brescia. Era una grande occasione, che però è stata perduta». Ma «ora bisogna avere la capacità e la forza di farlo diventare come il processo del Circeo, che negli anni Settanta ebbe almeno una funzione culturale». Comunque si concluda il processo, il giorno successivo si sarà di fronte a un'altra opera, più lunga e faticosa, anche se già avviata, spiega Souad Sbai: «L'anno scorso almeno altre quattro donne musulmane sono state uccise in Italia: Rachida, Kautar, Kadija, Haina, sono i loro nomi. Inoltre alcune vengono riportate nei Paesi d'origine contro il loro volere. Altre ancora, come una tunisina buttata dal terzo piano perché non voleva abortire, oppure Fatiha bruciata in tutto il corpo dal marito perché non gli aveva scaldato la cena. Ora abita in una casa protetta. Ma molte ragazze scappano in Francia, dove si sentono più protette e c'è un'associazione molto attiva in loro difesa». L'elenco è spaventoso, per quanto ancora parziale, ma non si può soltanto rispondere alle emergenze: «Noi denunciamo i fatti e, se la vittima lo desidera davvero, le troviamo una nuova sistemazione». A fronte delle poche che reagiscono, rimane l'aspetto più preoccupante della sottomissione femminile sommersa. Il livello di istruzione di molte mogli e madri è pari a zero, la consapevolezza dei propri diritti ancora più bassa. Per la presidente delle donne marocchine, «si tratta di investire su queste donne, perché partecipino alla vita cul- turale e sociale del Paese. Vi sono 120mila donne marocchine in Italia, ma soltanto il 20% di loro lavora. E dire che in Marocco negli ultimi cinque anni c'è stata una campagna di alfabetizzazione di massa e una riforma del diritto di famiglia». E finora non ci sono stati interventi, se non quello recente del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ha annunciato un'intesa per corsi di italiano rivolti alle donne, da tenersi in moschea. «Ma la moschea è un luogo dove si prega», commenta la Sbai, «la cultura si diffonde altrove».
Libero-Andrea Morigi
Ci sono ben due Ministeri che dovrebbero darsi da fare per evitare tragedie come quelle di Hina, per far si che le donne musulmane che vengono in Italia godano di quei diritti che la nostra costituzione garantisce.
Ma i suddetti ministri sono "troppo" impegnati sul fronte dei diritti dei gay, per poter muovere un dito e alleviare le sofferenze FISICHE e morali di migliaia di donne.
Le pari opportunità e la solidarietà sociale sono solo per i gay. Le donne che s'attacchino al tram. E pure, come mostrano i dati del  Viminale, la violenza sulle donne é in grave aumento, ma si vede che per i Kompagni Ferrero e Pollastrini é un male accettabile, l'importante é non mettersi contro gli imam fondamentalisti e i loro seguaci.

Pubblicato il 27/6/2007 alle 10.49 nella rubrica Diritti Umani.

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