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E hanno ancora la faccia di insistere con la superiorità morale

 
Ad Anno Zero si è discusso di politica e della sua crisi. In realtà si è parlato di che cosa sia moralità. Forse a causa del tema ridevano tutti da Michele Santoro. Dicevano cose tremende sul mondo, sulla politica, sulla destra e sulla sinistra. Su tutti. Ma allora perché ridevano? Il fatto è che avevano ridotto la moralità a quella degli altri. E questo fa molto ridere. Ma rende anche nervosi perché alla fine il riflettore gira verso di te, e ti radiografa. Per nessuno sarà un bel farsi vedere. Così sono passate tre ore dove ciascuno guardava la cacca del mondo come se l'avessero prodotta dai secoli dei secoli tutti meno lui e quelli della sua famiglia. Giornalisti, principesse, editorialisti, politici. Una gara a chi tirava meglio il sasso in testa all'adultera. L'idea che di moralità è passata alla fine è stata ridotta da dieci a un comandamento, anzi due: 1) Non rubare. 2) Non dire parolacce. Sul non rubare siamo d'accordo. Ma è tutta lì la moralità in politica? O è anche impedire al male, alla disgregazione e alla miseria di prosperare? L'unico tra i politici che aveva qualcosa di forte e bello da dire è stato il leghista Roberto Castelli. Ha proposto una concezione della moralità come ideale. Ideale pratico, concreto, tasse, famiglia, lavoro, scuola. Dinanzi alla rabbia dinanzi a questa politica del menga, si è esposto. Ha detto: non è vero che la casta sia intoccabile, io ho appiccicato i manifesti per un ideale e sono diventato ministro, se non siamo più capaci, se ritenete che non funzioniamo, cacciatevi via. La democrazia è questo. Ma non pensate a una strada di tecnici puri e azzimati che senza essere eletti governino. Impegnatevi, buttateci il cuore. Mica male, Castelli. C'era il senatore diessino Massimo Brutti che cercava di abbrancarlo, nel segno del comune destino della politica, chiedendo solidarietà agli attacchi contro il suo partito. Castelli si è sottratto alla stretta dell'annegato, e ha picchiato colpi di remi sulle mani del naufrago. Il quale però mentre chiedeva soccorso era la prova della necessità di ripulire questa classe politica: si vantava di meritare la salvezza con i suoi compagni. Perché? Perché siamo i migliori, non sono tutti uguali i politici e noi lo nacquimo. Non è possibile. Ancora. Non cambiano mai. Si sentono superiori. Gente di un'altra razza. Brutti, incaricato di difendere la stirpe comunista, ha sintetizzato la sua posizione sul mondo come anticipato sopra: «Io non sono Previti. Io sono meglio di Previti». Parlava di sé ma intendeva sé come prototipo di tutti "loro". «Non siamo uguali». Che pena. Che ipocrisia. Chi ragiona in politica in questa maniera poi dovrebbe accettare anche di mostrare le sue mutande, altro che gridare all'orrore per la divulgazione di intercettazioni. La dichiarazione di purezza dinanzi al pueblo esige il diritto del medesimo a verificare con compunzione qualsiasi atto pubblico e privato usando il vaglio dei dieci comandamenti. O la morale pubblica è diversa da quella privata? Ce lo spieghino perché. Quanta miseria morale c'è in chi si pone su un piedistallo e vanta la propria natura incontaminata. Ha citato Enrico Berlinguer che, secondo Brutti, non mescolava le sue mani nel potere e nel denaro. Ma come osa? Il loro partito, l'istruzione dei loro quadri politici, i loro medesimi giornali campavano con dollari spremuti nei gulag. Berlinguer discendeva da un uomo geniale come Palmiro Togliatti, il quale aveva assecondato le stragi di Stalin facendosi chiamare compagno Ercoli. Migliori? Onesti? In che senso, please? Siamo stanchi di ripetere queste cose. Ma è colpa nostra o di qualcun altro se nell'albo d'oro del Pci italiano ci sono fior di dirigenti gloriosi come Pajetta, Amendola e Terracini (giù il cappello) ma che hanno condannato a morte Luigi Calabresi scrivendo sull'Espresso il manifesto in cui lo definivano «torturatore»? Il quinto comandamento, il non uccidere, non conta? E il non dire falsa testimonianza è considerata roba veniale. Il mentire sul paradiso sovietico per cinquant'anni non deve pagare dazio, come l'occultamento delle stragi dopo la fine dell'ultima guerra? Posso dirlo: quanto alla coscienza non so, io sono l'ultimo. Ma quanto agli atti: meglio Previti. Che ne sa questo Brutti di chi sia un uomo anche quando sia condannato da un giudice? Una idea politica che si appoggi alla considerazione della propria onestà è la faccenda più meschina che esista. Una balla colossale. Non parlo delle telefonate intercettate. C'è l'economista del Corriere, Salvatore Bragantini, che si è messo a censurare le telefonate di Fassino e Consorte perché «sboccate». Il moralismo delle dame con il biscottino. Urca. Fassino dice cazzo al telefono, che vergogna, che immoralità. Ma non facciamo ridere. Sintesi: siamo tutti teste di cazzo, per adeguarci al ritmo delle intercettazioni.
Da Libero-Renato Farina
Solo loro ormai ci credono alla loro superiorità, nemmeno più i loro elettori. Che spettacolo penoso.
Orpheus

Pubblicato il 18/6/2007 alle 15.35 nella rubrica l'Asinistra.

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